Chiedo il permesso di essere triste

Dopo essere  uscito di casa e sei finito sotto ad un tir che ti ha spostato tutti gli organi interni e ora hai le budella al posto dei polmoni e otto metri di stomaco che corrono lungo tutto il perimetro del tuo torace?
Non scriverlo su Facebook.

Ti si rompe il telefono?
Puoi scriverlo su Facebook.

Con Facebook sto agli sgoccioli, costretta da un lavoro che mi impone di essere iperconnessa al social più sociopatico del mondo, annaspo ogni giorno tra piccoli e grandi atti di bullismo che passano sotto silenzio perché non ci sono morti accertati, solo tanti nervi esplosi in mille coriandoli.

Più batto Facebook e più mi rendo conto che le persone chiedono a gran voce ad altre persone, spesso sconosciute, di essere felici per rendere loro le giornate allegre. Cioè, questi se svegliano la mattina e pretendono che tu scriva o condivida cose allegre perché se no “fai la vittima”, “butti negatività addosso a tutti” e altri assolutismi che significano una sola cosa: a me può rodere il culo ogni minuto del giorno e per ogni stronzata, a te NO.

Così, prima di condividere uno status in cui mostri una tristezza ipergiustificata come la morte, anche non recente, di un caro o qualcosa che ti brucia dentro, ci pensi otto volte e venti volte lasci perdere, non scrivi, ti tieni per te tutto quanto. E se i social sono nati anche per far sentire le persone meno sole con le loro tristezze, niente, non puoi assolvere perché tra chi “sui social non ci devi scrivere cose tue” (nascondiamo tutto sotto il tappetto perché altrimenti sta brutto) e chi “hai rotto il cazzo sei sempre triste”, pensi che non ci sia un posto su questa terra dove puoi lasciar andare il tuo vulcano.

Così sul mio profilo, laddove un tempo condividevo una minima parte di quello che mi accadeva consapevole di non essere la sola e quindi di aiutare chi si trovava nella mia stessa situazione, adesso condivido stronzate, perché sia mai che “oh, e capitano sempre tutte a te” e gli altri papiri di minchiate che alcuni miei delicatissimi contatti non possono digerire. Salvo poi vederli frignare per giorni su Amazon ché non consegna in tempo.

Noi italiani siamo diventati intolleranti alle tristezze serie altrui, se una persona è triste e vuole sentire la solidarietà della sua comunità, anche attraverso un social, niente, non può farlo senza sentirsi accusare di qualcosa, giudicare, finanche additare come quello che rovina le giornate agli altri.

Non abbiamo il permesso di essere tristi, ce lo abbiamo solo per le cose di poco conto. 

Il brutto sapete qual è? Che non vale solo sui social, vale anche e soprattutto fuori,  così le persone si isolano, si creano fossati intorno e distruggono i ponti levatoi. Poi ci stupiamo di non esserci accorti di nulla quando raccogliamo il dolore di un suicidio, ci lanciamo in frasettoni tipo “era sempre allegro e sorridente”. Ci credo, qualsiasi altro comportamento diverso da sorriso-allegria lo censuriamo impedendo alle persone depresse di fare l’unica cosa che potrebbe salvarle: dircelo.

 

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