Desiderare è roba da ricchi

desiderioSottotitolo: quando interagire è male.

Certe volte, ma anche sempre, mi chiedo come sia possibile comunicare con persone chiuse nel loro mondo di cliché, frasi fatte e consigli Prêt-à-porter.

Parlo di quegli agglomerati di carne e pelle che ti fanno le domande solo per darti la loro personalissima visione della risposta giusta o comunque per farti sentire idiota, viziata, stupida, capricciosa, infantile e tanto tanto stronza, non necessariamente in quest’ordine.

Lo so, me lo diceva anche House: tali sensazioni non me le inniettano loro, sono io che le monto perché vedo negli altri delle aspettative che mi riguardano e, se ho il sentore di averle deluse, mi sento un’incapace, quindi scatta la corsa alla riverginazione della mia immagine ai loro occhi. In verità è come se loro non ci fossero, perché io la scrivo e la deludo da sola, l’aspettativa.

A volte, però, ci sono momenti in cui non sono io a fare la scriba con le aspettative, sono i miei interlocutori a montarmi intorno una sorta di labirinto senza uscita, un labirinto nel quale posso girare dove voglio, ma sarò sempre lungo la via sbagliata.

In quelle situazioni la voglia di mandare a fanculo tutti ha lo stesso volume dell’universo.

Ci sono persone, e sono la maggior parte, che non si rendono conto di parlare con un individuo che sta male, che ha avuto un vissuto particolare e che non ha bisogno dei loro insegnamenti da cornetto e cappuccino.

In quei discorsi mi tolgono il diritto di desiderare una vita migliore o anche la cazzata voluta perché la mia ancora giovane età mi consente di perdere un 20% del mio tempo in minchiate colossali. No, con loro il semplice diritto di sognare mi è negato, è come se avessi solo doveri e, assurdità delle assurdità, è come se io non dovessi nemmeno pretendere un’uscita dall’Emetofobia perché c’è chi sta peggio, e allora devo bearmi di rinunciare a parte della mia vita sacrificandola al nulla, visto che il mio star male non porta benefici né a me né a chi sta peggio di me.

Eh, l’ho detto, è assurdo e ingiusto.

Mi capitava anche nei periodi infanzia-adolescenza-post adolescenza.

Mi mancava il padre?
“Eh, ma pensa a chi non c’ha manco la madre.”

Mi mancava l’acqua calda in bagno e la luce in parte della casa?
“Eh, pensa a chi non ha una casa.”

Pativo il freddo invernale perché non avevamo i riscaldamenti?
“Eh, pensa a chi vive sotto i ponti.”

Constatavo semplicemente che mi ero presa tutto il pacifico in testa tornando a casa perché pioveva e io andavo a piedi?
“Eh, pensa chi non c’ha le gambe.”

Eravamo senza soldi per il minimo indispensabile?
“Eh, pensa ai bambini dell’Africa.”

Mia madre era andata all’ospedale mezza morta?
“Eh, pensa a chi gli è morta la madre da piccolo.”

Vorrei viaggiare perché non l’ho mai fatto?
“Eh, pensa a chi sta inchiodato nel letto.”

E la più terribile:

Vorrei tornare da House perché sto male e voglio curarmi?
“Pensa a chi ha un cancro incurabile.”

Ecco, queste sono le iniezioni di sensi di colpa che a lungo andare hanno generato in me un senso si colpa madre, grazie al quale io adesso mi sento un’idiota a desiderare le cose stupide tipo un libro o un telefono nuovo o anche un’uscita con gli amici per l’aperitivo. E’ quella condanna mentale che mi fa sentire una merda anche se compro un paio di mutande colorate delle quali non ho bisogno o un mascara a due euro all’Oviesse.

Pensavo che una volta cresciuta nessuno si sarebbe azzardato a prendere in mano quella siringa, invece oggi è peggio di ieri, perché oggi la mia età viene chiamata a testimoniare contro di me: “Hai 26 anni…dovresti capire che c’è di peggio nella vita che non mangiare e uscire, eh!”.

L’unica differenza tra ieri e oggi sono i miei occhi: adesso riesco a vedere le differenze. Sì, perché se ad una come me si vorrebbe impedire anche solo di sognare perché c’è chi non ha nemmeno la testa per sognare, sarebbe logico pensare che le stesse persone aumentino del 100% le loro moralizzazioni su persone che già hanno molto, troppo, e che si lamentano per minchiatelle tipo un brufolo sottopelle….e invece NO! Con queste persone sono indulgenti, comprensive, mammifere.

L’ho leggo ogni giorno, lo vedo ogni giorno, lo vivo ogni giorno.

Si è più propensi a vittimizzare il riccone che il morto di fame (scusate l’espressione truce).

Io ho sviluppato una mia personalissima spiegazione di tutto questo.

Secondo me, la questione è legata alle richieste implicite che la “lagna” o il semplice dato di fatto porta sulle spalle.

Io, chiamata a raccogliere quella lamentela, mi sentirò meno obbligata con chi ha una situazione tale da non dover affidarsi a me per risolvere il problema, sono quindi più libera di mostrarmi interessata, perché tanto a me quella persona non chiederà nulla.

Cosa che non avviene con chi non ha queste agevolazioni.

Esempio.

Se A è una ragazza con problemi economici gravi sui quali ride e scherza senza chiedere niente a nessuno, e B una ragazza benestante che si lagna perché ha preso il copritazza del colore sbagliato, i commenti più “comprensivi” verranno dati a B, perché B è perfettamente in grado di risolvere il problema da sola e perché non sta effettuando nessuna richiesta implicita. A viene lasciata a se stessa, perché richiede una maggiore attenzione e soprattutto un atto concreto e vero che non può accontentarsi di una parola di conforto o una pacchetta sulla spalla.

Se A un giorno si sveglia desiderosa di avere il telefono fighetto o un altro oggetto completamente inutile e si lamenta perché non può averlo, verrà redarguita con un “Pensa a chi sta peggio”.

Questo accade, sempre secondo me, perché è più facile sentirsi insegnanti di fronte a chi consideriamo essere inferiore a noi solo perché non riesce ad uscire da un male o una condizione la cui natalità viene attribuita alla stessa vittima.

Il pensiero è questo:

“Tu, che non sei capace nemmeno di curare te stesso, quindi sei un peso per la società, come puoi pretendere di più di quello che altri (vedi bambini dell’Africa) hanno? Perché, nel male, non ti accontenti di ciò che hai? Perché pretendi di andare troppo avanti se sei così indietro?”

Ma potrebbe anche essere un loro senso di colpa. Non volendo aiutare, preferiscono annullare il senso di colpa contrastando chi ha innescato tutto il processo. Un po’ come quando si accusa internet per aver generato adolescenti violenti. Sappiamo benissimo che il problema non è il web, ma l’uso che se ne fa, eppure è preferibile addossare la colpa al mezzo. In questo caso a chi sta tra il disagio e la persona che non ha voglia di raccoglierlo.

Potrebbe essere, ma ci credo poco.

E questo fenomeno colpisce centinaia di persone che hanno un problema serio, condannate a non poter desiderare niente solo perché la situazione non permetterebbe loro di realizzare quel desiderio; condannate a sentirsi dire a vita che devono pensare a chi sta peggio, parole provenienti da persone alle quali un rigo sul display del telefonino provocerebbe ulcere duodenali, gotta e aids.

Non mi chiamo Freud, non faccio rima con Morelli, non ho gli occhi e i capelli di Crepet, ma questa è la spiegazione più razionale che mi sono data, altrimenti il tutto si sarebbe risolto con un “Quelle persone sono stronze, brutte e cattive”.

Sull’Italia sorvola un pensiero terribilmente sinistro, ovvero quello che vede la vittima mai tanto estranea al danno che ha subìto, per questo è più facile comprendere chi ha (quindi visto come un vincente che ha avuto sfiga nel non azzeccare il colore del copritazza) e contrastare con ogni mezzo morale chi non ha (quindi visto come causa del suo essere perdente).

E’ più facile anche per me, adesso, cominciare a pretendere anche le cose stupide, perché è mio diritto farlo, perché lo voglio fare, perchè non c’è nessuno a questo mondo che può impedirmi moralmente di avere i miei 26 anni come li voglio io.

Quindi sì, ho l’Emetofobia, sì, agli occhi della società che vuole-la-libertà-ma-non-la-vuole-dare sarò anche una perdente, ma da quaggiù io ho tutto il diritto di pretendere tanto quanto i 26enni lassù.

2 commenti
  1. anto
    anto dice:

    Fra, mi hai aperto un mondo. Mi hai dato proprio una nuova consapevolezza su certa (quasi tutta?) gente. Io a una conclusione come l’esempio di A e B non c’ero mai arrivato.

    L’unica cosa tra te e me è che io ormai non sto più male per le cose che dice la gente o le gabbie dove vorrebbe chiuderti… perché, se mi dicono qualcosa, sanno che li spettino con una fucilata verbale.

    Di fatti tanti con me nemmeno ci parlano più. Sono riuscito nel mio scopo ehehehehe

  2. Pikadilly
    Pikadilly dice:

    Aspetta. Non è che loro pontificano e io sto lì a farmi dire le cose, ci mancherebbe. NOn è più nella mia natura farmi fare le morali da certa gente.

    Il blog lo scrivo anche per chi ancora assorbe questo tipo di discorsi e si sente in colpa rispetto alla propria fobia. 😉

    Cioè, leggo di gente che dice: “Io non dovrei stare così male perché c’è chi sta peggio”.

    Si colpevolizzano perché stanno male, perché c’è chi sta peggio e questo fa aumentare in loro il senso di inadeguatezza che di conseguenza si trasforma in ulteriore paura di vomitare. 😉

    La morale è: non fatevi soggiogare da questi falsi moralismi. 😉

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