Se ti lascia per colpa dell’Emetofobia

Sei seduta lì, in un angolo del tuo tormento a ripeterti in loop: “Se mi ha lasciato è colpa mia perché ho l’Emetofobia. Con me non poteva fare le cose che fanno tutti, le cose che fanno le persone normali!”

Lo sai, te lo dici, te ne convinci fino a cementificarti in un’idea velenosa che sa di sentenza inappellabile: non esiste nessuno al mondo in grado di sopportare la tua fobia. Affoghi nella certezza che nessuno riuscirà serenamente a vivere con te perché non mangi palazzi di cibo in compagnia, perché se hai un leggero mal di stomaco ti tappi in bagno per ore, perché se qualcuno dice di aver avuto l’influenza intestinale, tra te e lui metti almeno otto continenti, anche se ne esistono solo cinque, ne inventi tre per essere sicura che non ti contagi.

Perché hai l’Emetofobia. La fottuta, maledetta e stronza paura di vomitare.

All’inizio tutto ok perché l’innamoramento è puro doping, ti gonfia la forza, ti senti in grado di reggere un palazzo in pieno crollo, tutto “non è un problema, lo supereremo insieme”. Tu ci credi, ci credi tantissimo, ci vuoi credere che lui capirà. Poi però l’innamoramento si alza e va via lasciando il posto all’amore. L’ amore non corre come un treno, si incastra nel quotidiano inzuppando i piedi nella realtà: “No, ho paura, NON voglio uscire a mangiare la pizza”, “Ti prego vai via, sto male, lasciami sola” o “Non te ne andare, non lasciarmi sola, ho paura!” o anche “Oddio vomito, oddio oddio!!!!”. Tutto inondato di lacrime, tremori, occhi che implorano di essere capiti. E lì, dai primi NO cominci a renderti conto che per te sarà un continuo scusarti e sentirti in colpa perché ti senti fallata. Per lui, invece, sarà un continuo rinunciare a cene, feste, semplici uscite con gli amici, viaggi, alla vita che fanno tutti.

Quante volte ti sei sentita in difetto perché stavi male anche solo per guardare un film?
Quante volte ti sei scusata fino a finire le parole perché non sei riuscita ad andare ad una cena che per lui era importante?
Quante volte hai rinunciato alla felicità con lui per la paura? 

Io una marea.
Fino a quando ho deciso una cosa durissima, ma necessaria: non sentirmi più in colpa per qualcosa che non ho voluto e che sto cercando di risolvere investendo soldi, tempo, energie e giovinezza. 

Lo capisco, io capisco chi, alla mia età, NON se la sente di stare con me perché non vuole scaricare via dalla sua vita momenti di serenità e tranquillità, come cene con gli amici e cinema e viaggi e avventure di ogni tipo. Lo capisco se non vuole ritrovarsi di fronte alla porta di un bagno con me dall’altra parte che tento di calmarmi perché un biscotto mi è andato di traverso. Lo capisco che vivere con un emetofobico è un gorgo di delusioni. Lo capisco, ho sempre capito gli sguardi del lui di turno che cercava di verificare se avrei retto fino a casa dopo una giornata in cui non avevo toccato cibo. Ho capito, capisco e capirò.

Ma quando arriva il momento in cui io, anzi noi, veniamo capiti senza essere discriminati? 

Chi soffre di Emetofobia subisce le conseguenze della disinformazione e una delle conseguenze è la discriminazione. Essere lasciati, perculati (quante volte ti è capitato che i tuoi amici facessero battute perché mangi poco o nulla?), indotti a fare cose che non vogliamo fare per dimostrare qualcosa, o più semplicemente, dover sempre e costantemente compensare questa mancanza per non urtare la vita a genitori, fratelli, parenti, amici e fidanzati. Una continua pressione che ci porta l’Emetofobia alle stelle!

Dall’Emetofobia si può uscire, a quanto pare le fobie sono le patologie meno complicate da trattare, per questo si deve fare qualcosa SUBITO, ma nel lungo percorso l’uscita, personalmente mi sono imposta un comandamento ben preciso: mai distruggere me perché chi mi sta di fronte pensa di vivere nel paese delle meraviglie dove a me non è concesso stare male. Se sto ad una cena e NON mi va di mangiare, a nessuno è concesso sindacare, idem se voglio andare via: non esiste che io mi debba sentire male perché altrimenti rovino la sera a qualcuno. Chissenefrega! Io lo capirei se qualcuno si sentisse male, allora perché io non devo ricevere lo stesso trattamento? Per il ricatto morale di essere abbandonata dalla società? Non è discriminante questo? Per me sì!

Se a lui  saltano i batuffoli di cotone rosa con i quali si è isolato dalla realtà, NON è un problema mio. Il mio problema si chiama Emetofobia, non Luigi, Franco, Alessandro o Curcio.

Chi non osa afferrare la spina non dovrebbe mai desiderare la rosa. (Anne Bronte)

I problemi esistono e tra questi c’è l’Emetofobia, il mio pacchetto comprende anche lei ora. Mi dispiace non essere una persona normale, mi dispiace non poter fare tutto quello che fanno gli altri, ma NON mi dispiacerà mai vedere qualcuno che se ne va SOLO perché non riesco ad essere al TOP, significherebbe ammettere che chi sta con me lo fa unicamente perché sono funzionale alla sua vita.

Allora non è me che vuole. Quella è la porta. Ciao.