Io devo, tu devi, egli deve

Ogni giorno ricevo e-mail e messaggi privati da persone che affermano più o meno la stessa cosa: “se raccontassi di questa mia paura, mi prenderebbero tutti per pazzo”.

Per me non è difficile capire i natali di questa paura, poiché, da quando ho aperto il blog su cui sto scrivendo, e da quando ho dichiarato apertamente di avere una relazione psicologica con uno psichiatra (al secolo Dr House), mi sono ritrovata a lottare contro silenzi e discorsi finto-premurosi partoriti da ex-amici che si sono allontanati dalla mia persona proprio perché avevano paura di farsi una brutta nomina, sia online che offline.

Gli stessi che tempestavano i loro profili, blog e social di frasi di stima per la morte della poetessa Alda Merini.

Quindi posso capire perfettamente cosa si prova quando ci si trova a dover combattere non solo per poter uscire dalle nostre paure, ma anche per difenderci da giudizi che spesso compromettono pesantemente la vita lavorativa e sociale di una persona.

Più vado avanti e più sono convinta che i giudizi, le critiche, le credenze che si rivolgono agli altri siano la dimostrazione di una mancanza di controllo sul proprio essere e sulla situazione stessa, allora si cerca di dominare la cosa ponendosi sopra le parti. Perché? Perché nel momento in cui ci si pone sopra le parti, ci si ritiene erroneamente immuni dall’influenza o dal potere che queste parti potrebbero avere su di noi, ma in verità abbiamo proprio paura che ci colpiscano senza avere la capacità di fermarle.

Le critiche, i giudizi, le prese per il culo rispettano tutte una sorta di regolamento che ci autoimponiamo da quando siamo marmocchi. Chi esce fuori da questo assolutistico regolamento, viene preso per pazzo o strano.

Basta pochissimo per essere considerati pazzi.
Proviamo ad andare al supermercato alle dieci di mattina, prendiamo una confezione di preservativi e un pacco di pannolini per neonati. Osserviamo le reazioni delle persone.
Ci sentiremo a disagio perchè moltissimi ci punteranno, anche solo con la coda dell’occhio, alla ricerca di un’altra prova che palesasse in loro l’idea di una nostra presunta pazzia o stranezza. Il linguaggio del corpo parlerebbe per loro.

Il disagio, però, non proviene dall’altro, ma da noi. Proviamo disagio perché incosapevolmente anche noi riteniamo ciò che stiamo facendo “fuori dalla regola”, altrimenti non ne sentiremmo nemmeno gli occhi degli altri addosso.
La storia ce lo insegna ogni giorno. Se prima una donna con i pantaloni era tabù, oggi è considerato normale.

Se ci abituassero fin da piccoli a pensare che avere paura è naturale invece che da “deboli”, non sentiremmo la necessità di preservarci sani e forti agli occhi degli altri. Invece no, veniamo addestrati a non aver paura, ci indottrinano sul fatto che avere paura è inutile, ci dicono “non devi aver paura”. Ci raccontano storie in cui chi ha paura è lo sfigato e l’eroe, invece, è quello che combatte fino alla fine e non si arrende solo perché ha paura, anzi, l’eroe non ha paura. Ci dicono che si DEVE aver coraggio perché se no la società ci schiaccia, così cresciamo con l’idea che avere paura è sbagliato, che non si deve aver paura, che chi ha paura è perso, fallito, sfigato. Ed eccolo, il problema principe:

il dovere. Il dovere di essere in un modo che non si è. Il dovere di…perché se no…

Devo, devi, deve, dobbiamo, dovete, devono. Dovrei, dovresti, dovremmo, dovreste, dovrebbero.

Le doverizzazioni.

Pensiamoci bene. Quante volte al giorno ci viene detto o diciamo “dovresti, dovrei, devo, devi”? Una marea di volte.

Ma questo regolamento su come si DEVE vivere chi lo ha inventato?

………

Nessuno.

Chi ha scritto che NON SI DEVE aver paura del vomito?

………

Nessuno.

Sono solo regole. La regola dice: “il vomito è naturale e inevitabile, quindi NON DEVI averne paura, altrimenti sei pazzo”.

E la stessa regola ci induce ad avere paura più di ciò che pensano gli altri e non di come ci sentiamo noi quando stiamo male o a quante cose rinunciamo a causa della paura. Ci concentriamo su ciò che facciamo mancare agli altri (uscite, cene fuori, viaggi) e non su ciò che a noi manca, senza considerare minimamente che quella doverizzazione ci causa paura sulla paura.

Sarebbe preferibile, invece, dirsi: “mi piacerebbe non avere paura di vomitare, ma visto che ce l’ho, cercherò di superarla senza sentirmi pazza o fuori di testa” oppure “sarebbe preferibile che gli altri non mi considerassero pazza, ma se così fosse, posso vivere benissimo lo stesso”.

Cominciando a vedere la paura come una possibilità, e non come una catastrofe, riusciremmo a liberarci dal dovere di essere perfetti e senza macchie, smosciando la paura stessa.

La regola che ho deciso di seguire io è una sola: permettermi di avere paura e prendermi la briga di raccontarlo al mondo, perché se il mondo si vuole illudere che la pazza sono io che ammetto e accetto la mia paura, e non lui che la nega e non l’accetta, be’, credetemi, chi continuerà a girare facendosi molto male non sarò io, ma lui.

2 commenti
  1. Serena
    Serena dice:

    Ciao Pika,
    io non soffro di emetofobia,ma leggendoti posso solo farti i complimenti perchè sei veramente una ragazza intelligente e capace di capire gli altri.
    Hai mai pensato di studiare per fare la psicologa?Secondo me saresti capacissima di svolgere quel lavoro meglio di tanti psicologi che non sanno fare il loro lavoro. Spero proprio che prendereai questa strada.

    Ciao
    Sery

  2. Pikadilly
    Pikadilly dice:

    Ciao Serena,
    credo che non si diventi psicologi così facilmente. Non credo di essere adatta per questo mestiere. 😉

    Ti ringrazio per il tuo commento, mi fa sempre piacere sapere di essere letta anche da chi non soffre di emetofobia. 😉

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