Farsi capire

Un giorno ti svegli e scopri che hai paura di vomitare. Non semplice schifo, non sopportabile repulsa, bensì un terrore che ti munge dal cervello ogni altro pensiero. Potrebbe arrivare Godzilla con l’incarico specifico di dissezionarti le budella, e tu?  Tu hai paura di vomitare. Punto.

Forse nel raccontare l’Emetofobia non ho mai specificato troppo approfonditamente che per l’emetofobico tipo la paura di avere un cancro è legata più agli effetti della chemio rispetto al terrore di morire contorcendosi dai dolori più atroci. O che per molte la gravidanza è una lunga fuga dalla nausea mattutina. Son pensieri che pungono, soprattutto perché ci si sente irrispettosi nei confronti di chi sta guerreggiando veramente con un cancro, e “invidiose” di chi porta avanti la gravidanza preoccupandosi solo del bene del pupo e non del proprio stomaco.

Questi aspetti dell’Emetofobia rimangono un po’ isolati rispetto agli altri. Perché? Perché il rischio di NON essere capiti è bollente.

Ok, se ho fatto ‘sto giro è per creare una base sulla quale fondare l’argomento del giorno che è appunto il farsi capire.

Quasi a cadenza giornaliera leggo frasi in cui si lamenta una mala o inesistente comprensione da parte di chi ci pascola intorno. C’è chi non dichiara l’Emetofobia nemmeno ai propri genitori perché “Tanto non capiscono” e allora preferisce implodere in se stesso piuttosto che fare coming out. Succede con sorelle/fratelli, fidanzati/e, amici, nonni, ecc. ecc. Non si salva nessuno, nessuno dei considerati “normali” è potenzialmente adatto a comprendere.

Capisco chi preferisce il silenzio? Sì. Lo approvo? Sì. E no.

Da qualche tempo, la malattia generale si chiama “perfezione”. Rispondere a quei due-tre canoni estetici è diventato un lavoro. Anche sul fronte “personalità” c’è da sudare: non va mai bene, ci si sente sempre e costantemente sbagliati. Il modello tipo sembra essere quello americano. Sì, quello americano dei telefilm: forti, pronti, scaltri, incalpestabili, sicuri di sé ad oltranza, eroi, trascinatori, leader e naturalmente fighi dai denti bianchi e bla bla bla. Vabbe’, basta prendere un qualsiasi personaggio degli ultimi telefilm per farsi un’idea. Son tutti uguali, fondati e fatti crescere su uno stereotipo.

Diventi un fallito con poco.
Saluti prima di riattaccare la cornetta: sei un fallito.
Cedi il passo su un marciapiede: sei un fallito.
Ringrazi la commessa che ti ha aiutato: sei un fallito.
Tua moglie ti lascia: sei un fallito.
Fai la prima mossa: sei un fallito.
Non ottieni un lavoro: sei un fallito.
Ti viene un brufolo sul naso: sei un fallito.

E non mi fate continuare, si passa per falliti ogni volta che si dimostra una qualche tipo di cortesia nei confronti degli altri, ma anche quando nella propria vita qualcosa non va come dovrebbe, cioè come è scritto nel regolamentario della vita ritenuta perfetta, dove non si perde MAI, si vince SEMPRE. Tant’è che in trasmissioni come Malattie imbarazzanti è quasi norma vedere una pustola rovinare del tutto la vita di chi la porta addosso. Come è norma calarsi giù l’antidepressivo o ansiolitico o litrate di alcol anche per un blando momento buio, momento considerato tutto sommato normale fino a ieri, oggi è la prova inconfutabile che si è incapaci, falliti e sbagliati!

Quindi perché una persona con una fobia del genere dovrebbe aver voglia di scoprirsi con il mondo e passare per fallito variegato pazzo?

Eh, la voglia non gli viene no. La voglia non gli viene, ma addosso gli cade pure una valanga di pregiudizi su chi lo circonda, perché spesso chi lo circonda vive un dramma simile e, per gli stessi motivi, non lo dice. Potrebbe anche non vivere nessun dramma e non capire, certo, succede.

Eppure mi piacerebbe capire cosa si intende per capire (scusate la ripetizione :P).

Capire.
Vivere la stessa cosa o simile?
Comprendere le sensazioni che si provano mentre si è intrappolati nella fobia?
Dire “Sì sì, bello de mamma”?
Rimanere in silenzio?
Stare semplicemente vicino?

Non lo so, io posso dare la mia versione del capire.

Capire secondo me

Non ho mai nascosto l’Emetofobia poiché ritenevo e ritengo fortemente di non dovermi vergognare per aver reagito così alla mia vita non propriamente facile. Sempre meglio vomitofobica che drogata o ladra o assassina o laziale (:P). (E comunque non vuol dire che non faccio nulla per uscirne, anzi.)

Anche io ho cercato comprensione negli altri? Certo. L’ho trovata? Moltissime volte no. Mi sono incazzata? Sì. Mi sono sentita incompresa? Avoja. Ma ad un certo punto ho detto: “Ok, se non capiscono, o mi spiego male io o semplicemente non vivendola è difficile per loro comprenderla: devo fargliela vivere!”

No, non mi sono mangiata una cariolata di peperoni per poi impanicarmi davanti a tutti, ho semplicemente preso le loro paure come base per mostrare la mia. Gli altri, quelli che le paure se le nascondono alla grande o non ne hanno proprio, li ho portati semplicemente a constatare con mano che, nonostante questa fobia, sono in grado di intendere e di volere, di avere opinioni e idee, ma soprattutto, sopra ogni cosa, ho mostrato loro che non sono vittima né dell’Emetofobia né della società. Anzi, il contrario. Ho mostrato il problema e dato la soluzione, come faccio abitualmente con i clienti.

Ho una fobia che mi invalida in qualche aspetto della vita, mi ha rovinato reni, intestino, fegato, denti e i vent’anni, ma allo stesso tempo non ho permesso né a lei né al mondo di farla diventare un’arma contro di me. Che tradotto vuol dire: potete pure prendermi per il culo perché ho paura di vomitare, ma tanto con me non attacca proprio.

Cosa hanno capito gli altri di questo comportamento? Che sono una persona normale. Normale a modo mio. Una persona con un contrasto da risolvere, come nelle storie dei film e dei libri. Una persona che vuole essere protagonista della sua vita e sa che deve lottarsela, sa che deve vincere una guerra per avere il lieto fine.

Molti si appassionano a queste storie e vogliono partecipare, anche se non capiscono del tutto.

Marina, Moemi e gli altri

Marina Ravaioli è una talentuosa pittrice di Forlì e NON soffre di Emetofobia. Diciamolo pure: è la mia pittrice preferita. Ora anche amica. ^^
Ho denunciato i suoi quadri per furto: hanno rubato la capacità di affascinarmi. Prima molte cose mi affascinavano, oggi mi affascinano solo loro. Capite che è grave?!

Marina è una ragazza che io non ho mai visto dal vivo. Conosco la sua voce e le espressioni del suo volto perché sono fan del suo canale You Tube PaprikArte, ma lei di me non ha mai sentito nemmeno l’accento. Eppure.

Eppure un giorno mi scrisse più o meno questo: “Quando – e non se – esci dall’Emetofobia ti regalerò un mio quadro”.
Io: “Seeee, ora che riesco a leccare un gelato fuori, sai quanto ce passa?”

E’ passato meno di un anno.
E lei ha mantenuto la promessa: ha dipinto il quadro basandosi su una foto che le ho mandato. (Per i delfini curiosi: una foto di Encelado, la luna più interessante e bella e sensuale di Saturno e di tutto il Sistema Solare.)
Sta solo aspettando la mia materializzazione in quel di Forlì per consegnarmelo, perché prima di poterlo fare definitivamente mio devo mangiare fuori per bene. E’ questa la promessa. La mia. E la sua.

Io voglio quel quadro. Lo voglio perché lo adoro. Lo voglio perché è stato dipinto per me come incentivo ad uscire dal mio problema. Lo voglio perché una persona NON emetofobica ha capito a modo suo, magari non dicendomi “Ti capisco”, ma facendo qualcosa che potesse mostrarmi quando ci tenesse al lieto fine della mia storia.
Lo voglio anche perché lei è sublime nel suo lavoro. Lo voglio perché in sala ci starebbe da Dio.

E poi c’è Moemi, altra ragazza conosciuta in un social che non tratta argomenti emetofobici. Un giorno mi è arrivata una sua creazione fatta di perline raffigurante la mia Pikadilly, due mesi dopo ne ricevo un’altra, entrambe con un biglietto in cui si leggeva tra le righe -nemmeno troppo: “Sono con te!”

Come Marina e Moemi ci sono tanti altri supporter NON emetofobici, la maggior parte di chi commenta il blog non soffre di Emetofobia e nonostante questo eccoli qui, sotto tutti i miei post.

Com’è possibile che gente non emetofobica si interessi a questa storia?

Semplice: perché al mondo ci sono persone che capiscono in modi diversi dai nostri. Questi modi non sono meno utili di quelli che pensiamo ci servano per poterci sentire normali.  

E io non la chiamo fortuna, sono sfacciata e la chiamo capacità: capacità di cercare e trovare chi con le parole ci scrive le cose, ma con i fatti dà amore e amicizia. Persone che si appassionano alle storie complicate perché c’è più gusto ad arrivare alla fine, persone che vogliono aiutare il protagonista dando il loro meglio e in questo meglio è anche compreso il non fare nulla, non cercare di psicoanalizzare, risolvere, dare chiavi di lettura. Rimangono al posto loro e fanno gli amici, senza pretendere di saperne più di te o di chi ti sta curando, senza dare spiegazioni che puzzano di giudizio. Non lo fanno perché non ne hanno bisogno. Perché non ne hanno bisogno? Semplice: perché non stanno né sotto né sopra, stanno sullo stesso piano degli altri sei miliardi di persone che popolano il mondo.

Sono queste le persone con le quali voglio abbuffarmi.

I restanti, quelli che si allontanano “per colpa dell’Emetofobia”, sono destinati ad essere comparse a vita. E le comparse sono solo uno sfondo, la storia va avanti benissimo senza di loro*.

 

 

*Mi rendo conto che molti hanno queste comparse in casa, ma invito tutti a riflettere se l’incomprensione non sia in realtà una paura nascosta male. Spesso per un genitore, un fratello, un cugino, un amico, è molto molto difficile accettare  che il proprio cervello possa arrivare a tramare contro il suo padrone, così è inevitabile alzare il muro e parlare di capricci, di stronzate, di esagerazione. In ogni caso, l’incomprensione c’è, è tangibile e spesso fa regredire persone che con poco potrebbero uscire dall’Emetorogna. Quindi spero di non essere stata troppo facilona con questo post. 🙂

 

5 commenti
  1. Marina
    Marina dice:

    Allora, lo vogliamo scrivere questo lieto fine? Un abbraccio forte cara 🙂 E grazie per le tue parole, mi hai fatto commuovere!

I commenti sono chiusi.