Come liberarsi della domanda “perché non mangi? e vivere felici

Party di laurea.
Matrimoni.
Comunioni.
Cresime.
Gli immancabili compleanni che si danno appuntamento uno dietro all’altro.
Poi lo sciame delle feste comandate che “se non vieni ‘sta brutto”.
Malattie, viaggi, ventesima nonna morta… niente riesce a salvarti dal partecipare a cene e pranzi per festeggiare qualcosa o qualcuno.
Che, per carità, è fighissimo far festa, ma per come sono fatta io mi diventano tipo la maratona di New York, andata e ritorno su un piede solo e cantando God save the Queen in ugandese.

Ma la cosa peggiore, quella che mi infila mille coltelli nella volontà di partecipare è la presenza di LUI, il trivellatore di palle che, vedendo il cibo diminuire lentissimamente dal mio piatto o non vedendolo affatto, domanda a ripetizione: “Perché non mangi?”

Lui è ovunque, ti aspetta a questi ritrovi come il piccione dissenterico quando ti sei lavato i capelli. È una pustola, una piattola, l’ottava piaga, la bolletta arretrata della luce, ma, peggio del peggio, non è mai una sola persona, è come un incarico che di festa in festa, di cena in cena qualcuno si passa esclusivamente per farsi gli affaracci tuoi.

Ogni ritrovo mangereccio ne ha in dotazione uno/una.

Rutta la sequela di domande tra una forchettata e l’altra, centrifugandole nella bocca tra pezzi di prezzemolo e l’indiscrezione più totale e assoluta.
Solitamente non si accontenta della prima risposta, nemmeno se accompagnata da una colonna sonora di “fatte l’ affari tua”, no, a lui mica basta, lui deve indagare sul perché, deve capire i dettagli della cosa, i particolari, le sfumature: per quale motivo nel piatto davanti a te il cibo non sparisce alla velocità warp?

E se la tua risposta non suona tipo: “Non ho più lo stomaco, mi alimento con una cannuccia”, continua a mettere in evidenza il tuo reato alzando i decibel della voce e informando tutti. Se la cena si svolge al ristorante o in pizzeria, i primi ad essere messi a parte del tuo folle atto sono i camerieri, manco pagasse lui: “Oh, lei non ha mangiato eh, non so perché!”

Ovviamente passa tutto il tempo a tentare di stimolarti commentando la bontà del cibo che mangia. Un po’ di tempo fa, alla festa di compleanno di una mia amica, un tizio mai visto e conosciuto, non vedendomi mangiare, è stato tutta la sera a dirmi quanto fossero buoni i supplì di quella pizzeria, manco fossero tocchi di caviale infilato nel culo di un’aragosta, per dire. Mi ha guardata per l’intera durata della cena con la faccia da procione chiedendomi: “Davvero non lo vuoi assaggiare?”

Solo la mia impostazione professionale lo ha salvato dal ricevere una risposta che gli avrebbe chiuso lo stomaco per una settimana.

Spesso questa gente ha installata l’applicazione “mi do la spiegazione da solo” e finisce con lo sciorinare cotanta idiozia: “Ho capito, hai paura di ingrassare” (come dice Mary sulla pagina Facebook). Se ti è già capitato, complimenti, hai visto dal vivo un esemplare di testicolo a forma di essere umano. Puoi raccontarlo ai tuoi nipoti.

I want to breack free

Per liberarti di questa piattola da tavola esiste un solo metodo. In verità sono due, ma “spiegare la situazione” è come mettere un cerino in mano ad un piromane: verresti inondato di “vomitare è una cosa naturale” con annessa espressione ticompatisco-maseiunpazzo.

E lì davvero rischi di strozzarlo con i filamenti di mozzarella del supplì, fidati.

Quello che ti suggerisco è non fare cose che non ti va di fare, come ho scritto nell’eBook. Non privarti delle feste, dei pranzi e delle cene solo perché la gente non conosce la parola “discrezione”, ma nemmeno devi passare serate a giustificare il perché mangi poco, mangi piano o non mangi affatto. Quando qualcuno insiste, guardalo deciso negli occhi e assesta un secco “NON HO FAME, GRAZIE PER L’INTERESSAMENTO”. Così facendo non lasci spazi ad altre possibilità, sei deciso e non tentenni: è nel tentennamento che si annida il gancio con il quale la gente continua a spingerti laddove ora tu non vuoi andare.
Lo sappiamo entrambi che non lo fanno per cattiveria, ma se una persona non si sente pronta a fare una cosa, NON è obbligata a farla. Nemmeno tu.

Non è compito tuo educare gli altri a capire quando è il momento di farsi gli affari loro, è compito tuo non subire ad oltranza questi tentativi di obbligarti a fare qualcosa solo perché ti senti dalla parte sbagliata a non mangiare in tranquillità come fa chi è al tavolo con te. Ce la farai, ma è affare tuo, non di un’intera tavolata, o peggio, del resto del mondo.

Se hai altri suggerimenti per chi ancora non riesce a liberarsi di questa domanda, scrivili nei commenti, sono curiosa. 🙂

2 commenti
  1. vale
    vale dice:

    Io mi limito a millantare mal di pancia incredibili, assicurando che è molto meglio per loro che io resti digiuna. Poco elegante, ma giuro che dopo nessuno continua ad insistere, a parte, ovviamente, la nonna. 😀

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