Bambini ed Emetofobia: intervista alla Dott.ssa Simona Corvino

Qualche giorno fa ho ricevuto un’email devastante: una madre mi scriveva terrorizzata convinta di aver “attaccato” l’Emetofobia al figlio di otto anni.
Il piccolo non riesce più a vivere come un bambino della sua morbida età: non gioca con gli amici al parco, non vuole andare a scuola, si rifiuta di andare alle feste dei compagni e, peggio, quando vede qualcosa da mangiare piange disperato.

Mi ha chiesto: “Come posso salvarlo da me?”
Non ho saputo rispondere, così mi sono messa a cercare uno psicoterapeuta in grado di rispondere al posto mio, perché come blogger posso fare poco, ma quel poco deve essere sinonimo di informazione.

Ho pubblicato un annuncio sulla pagina e una ragazza molto disponibile mi ha fatto conoscere la Dott.ssa Simona Corvino che ha accettato subito di rispondere alle mie domande riguardanti l’Emetofobia e i bambini.

Non vi anticipo nulla, ma devo assolutamente ammettere che queste risposte mi hanno aperto gli occhi su molte cose che ignoravo.

La Dottoressa NON FA CONSULENZE GRATUITE O A DISTANZA, chiunque volesse intraprendere un percorso di psicoterapia con lei, può trovare tutti i riferimenti nel suo sito e chiedere un appuntamento. 🙂

1) Prima di tutto vorrei ringraziarla per aver accettato di rispondere alle mie domande. Come sa, in Italia si parla veramente poco di Emetofobia e questo genera non pochi problemi sia a chi ne soffre, perché non si sente sicuro di parlarne, intrappolando così le informazioni a riguardo, sia  a chi vive l’Emetofobia da fuori, ovvero genitori, figli, fratelli, amici, colleghi, ecc. Ricevo molte email di mamme allarmate nel vedere il proprio bambino rifiutare il cibo o scappare terrorizzato se qualcuno in casa vomita, ma non sanno capire se è Emetofobia o qualcos’altro, anche perché spesso nemmeno i dottori sono informati sull’esistenza di questa fobia e quindi non sanno riconoscerla.

Per cui la prima domanda è: esistono segnali specifici che possono far temere l’insorgenza di questa fobia in un bambino? Se sì, quali sono?

Salve Francesca, grazie a lei per il prezioso spazio che offre a tutti coloro che, per difficoltà personali o di figli e parenti, nella babele di informazioni disponibili sul web, giungono al suo blog, tra emozioni assai contrastanti, alla ricerca di risposte talvolta molto complesse.

Le Fobie Specifiche, più ampia categoria diagnostica cui l’Emetofobia appartiene, rappresentano una realtà clinica controversa, soprattutto in età evolutiva, poichè connesse, tra le altre cose, ad alcune questioni di comorbilità e/o diagnosi differenziale, innanzitutto con il Disturbo d’Ansia Generalizzato, il Disturbo d’Ansia di Separazione, la Fobia Sociale,il Disturbo Post Traumatico da Stress e il celeberrimo e complesso Disturbo Ossessivo-Compulsivo, non trascurando una buona diagnosi differenziale con un Disturbo Pervasivo dello Sviluppo, laddove l’ansia è una componente tipica anche di queste patologie.

Al di là delle etichette diagnostiche, in età evolutiva, di fronte ad un bambino con gravi reazioni ansiose in seguito a stimoli specifici, come il vomito nel caso in questione, i quesiti clinici da porsi sono numerosi e necessitano di un’attenta analisi connessa anche a fattori predisponenti la fobia, quali la familiarità e gli atteggiamenti educativi, con particolare riferimento al meccanismo della trasmissione di informazione della paura dai genitori ai figli o ad eventi traumatici in apparenza anche non particolarmente drammatici. Molto più rilevante, da un punto di vista pratico, è  distinguere una Fobia Specifica propriamente detta dalle paure, anche intense, che sono molto frequenti nei bambini e, in determinate fasi dello sviluppo, fisiologiche. A tal proposito è utile tenere a mente che le paure normali sono moderate, transitorie e si riscontrano in una grande quantità di bambini di pari età. Le fobie invece, sono eccessive, disadattive e persistenti.Premesso ciò, una buona diagnosi, affidata a mani esperte, fa riferimento innanzitutto ai segnali principali delle fobie specifiche in generale: un’irrazionale e fortissima risposta di paura in coincidenza con l’esposizione a specifici oggetti o situazioni, il vomito ad esempio, nonché una tendenza ad evitare ostinatamente e sistematicamente gli oggetti o le situazioni temute, laddove la fobia per definizione comprende sia la reazione di paura in presenza (o nell’attesa) di particolari oggetti e situazioni, sia un comportamento di evitamento del contatto diretto con gli oggetti o le situazioni stesse.Il paziente emetofobico talvolta non è in grado di rappresentarsi e immaginare le situazioni o le cose temute se non per pochi attimi e può temere anche di nominarle.

La paura può essere attivata sia dalla presenza che da tracce che anticipano la presenza dell’oggetto (il vomito) o della situazione che crea disagio. Ad accrescere la sofferenza psichica di genitori e bambini c’è da dire, in generale, che contrariamente agli adulti, nei bambini non sempre è necessaria la consapevolezza dell’irragionevolezza della fobia per porre diagnosi, anche se a volte, alcuni piccoli pazienti sono in grado di riconoscere che tali reazioni non hanno una base ragionevole, pur non essendo in grado di controllarle, interferendo significativamente con le normali abitudini del bambino.

2) Quindi c’è il rischio che un genitore che soffre di Emetofobia “trasmetta” al figlio la sua paura? Se sì, come avviene precisamente questo “contagio”?

Nella psicopatologia dello sviluppo, l’evoluzione di una paura verso una fobia dipende in larga parte dall’organizzazione cognitiva del bambino, dalle risposte fornite dagli adulti e dagli eventi esterni.

Lo sviluppo e l’evoluzione di tutti i sottotipi di fobie specifiche, compresa l’emetofobia, nei bambini possono essere strettamente legati anche all’ambiente familiare. A grandi linee si può dire che esse si vengono a creare principalmente attraverso due meccanismi: il modeling e l’evento traumatico. Il modeling fa riferimento al meccanismo di imitazione del comportamento degli adulti di riferimento: si pensi a dei genitori terrorizzati da qualcosa, con ogni probabilità, che lo vogliano o no, questi trasmetteranno al bambino una modalità di risposta molto angosciante innanzi a quell’oggetto/situazione, sia sul piano verbale che non verbale, a livello esplicito ed implicito, poiché com’è noto, chi è spaventato spaventa. La seconda origine delle fobie infantili può essere invece connessa ad un evento traumatico, con riferimento a situazioni anche poco drammatiche in apparenza.

Al di là della presenza o meno di una sintomatologia fobica in uno dei due genitori, va detto che nell’ambito di una correlazione tra specifici schemi familiari e fobie in età evolutiva, la ricerca sulle fobie ha permesso di individuare anche alcuni stili educativi che favoriscono maggiormente, nel bambino, l’apprendimento di convinzioni, inferenze e valutazioni distorte sulla realtà e che in seguito possono dare origine a dei disturbi fobici. Gli stili educativi in questione sono:

a) lo Stile ipercritico, caratterizzato da un’elevata frequenza di critiche rivolte al bambino sotto forma di rimproveri oppure manifestando biasimo nei suoi confronti, svalutandolo e mettendolo in ridicolo.

b) Lo Stile perfezionistico, sostenuto dalla convinzione che il bambino debba riuscire bene in tutto ciò che fa e che il suo valore (e quello dei suoi genitori) sia determinato dal successo che ottiene in varie attività, sebbene in tal caso ci potremmo trovare con ogni probabilità più verso una sintomatologia del tipo ansia scolastica e/o ansia sociale.

c) Lo Stile iperansioso-iperprotettivo infine, si manifesta in genitori che si preoccupano eccessivamente dell’incolumità fisica (iperansioso) del bambino e tendono a proteggere in continuazione il figlio da ogni minima frustrazione (iperprotettivo).

Si può affermare che negli stili genitoriali sopracitati, attraverso una sorta di contagio emotivo, nel bambino vengono quindi modellate paura, timidezza e dubbi sul proprio valore personale. Questi sono, secondo la teoria cognitiva, gli stili educativi che possono contribuire a generare o quanto meno al mantenere nel soggetto una sintomatologia fobica. Albert Ellis, un esponente di questa scuola cognitiva, distingue le paure infantili in due categorie principali: la paura di eventi esterni e la paura delle proprie inadeguatezze (ansia d’esame, ansia sociale ecc.). Così, le paure vengono differenziate in paura di subire un danno fisico e paura di subire un danno di tipo socio-affettivo. In entrambi i casi, come nell’emetofobia, le frasi che il soggetto si ripete ( il suo dialogo interno) e che conducono alla paura sono costituite da questi tre tipi di pensieri, convinzioni: “Qualcosa di brutto potrebbe accadere”; “Se succede sarà orrendo e catastrofico”; “Siccome sarà orrendo, allora devo preoccuparmene e pensarci in continuazione”.

3) Credo che molti si sentiranno rimbombare nella testa questi tre orribili pensieri, purtroppo. Me compresa.

A questo punto, però, una domanda molto pelosa si incastra tra i denti: chi ha l’Emetofobia ed è genitore, come può, nel quotidiano, fare in modo che il piccolo “non si accorga di nulla”? Ci sono dei trucchi o stratagemmi per dissimulare la propria paura in presenza del bambino? Fermo restando che il genitore debba assolutamente seguire una terapia psicologica per superare il problema.

L’ansia, come gli affetti in generale, in famiglia è contagiosa. Ciò in realtà non riguarda solo l’emetofobia ma le fobie tutte e, allargando la prospettiva, la macrocategoria cui esse appartengono, vale a dire i disturbi d’ansia. Genitori ansiosi che, per esempio, temono di usare i bagni pubblici perché ricettacolo di germi, o di partecipare a un evento in piazza perché spaventati dalla folla o di viaggiare in aereo perché terrorizzati dall’idea di volare, rischiano di trasmettere ansie e paure ai figli, al pari di un genitore terrorizzato all’idea di vomitare.

Ma il loro destino non è segnato: è possibile infatti fare qualcosa affinché i piccoli di casa non diventino ansiosi o fobici. Il percorso psicoterapeutico individuale del genitore è certamente il prerequisito fondamentale per favorire il benessere dei figli, ma il punto è che fare prevenzione con i bambini, affinché l’ansia dei genitori non li contagi, è importante come andare ogni sei mesi dal dentista per preservare la salute dei denti e prevenire la carie.

Diversi fattori concorrono infatti a innescare i disturbi d’ansia. Il temperamento gioca sicuramente un ruolo fondamentale, così come i fattori ambientali: maggiori sono le esperienze negative che un bambino vive, maggiore è la probabilità che abbia a che fare con problemi di ansia. Ma non va sottovalutata anche quella componente dell’ansia che si apprende proprio da mamma e papà. In fondo i genitori sono il modello di riferimento per i figli e il loro modo di fare e di reagire alle situazioni può, inavvertitamente, aumentare i livelli di ansia nei bambini. Numerose ricerche hanno messo in luce come per evitare questo spiacevole passaggio di consegne, sia importante insegnare alle famiglie ad individuare i segnali di paure immotivate e di ansia eccessiva e cosa fare per spegnerli. Tale lavoro è possibile attraverso una buona psicoeducazione, volta ad insegnare ai genitori e al bambino il proprio “alfabeto emozionale”, incentivando ad accrescere la consapevolezza dei propri stati emotivi e ad identificare i pensieri spaventosi e, al bisogno, modificarli.

Altro modo per ridurre l’ansia è insegnare ai piccoli il confronto con la realtà: imparare cioè a riconoscere quella paura sana che ci mette in allerta in caso di pericolo e, al contrario, quei timori esagerati che rischiano di prendere il sopravvento condizionando i nostri comportamenti. Insomma, se ci troviamo di fronte ad un leone, meglio tenersene alla larga, mentre sembrerebbe esagerato non mangiare una torta di compleanno per il timore che sia avvelenata o possa causare vomito improvviso.

L’ansia, infatti, è sana quando ci induce a fare qualcosa di utile, di necessario: come studiare per non essere impreparati all’interrogazione o evitare situazioni di reale pericolo. Ma chi soffre di disturbi di ansia, come nel caso delle fobie specifiche, non riesce a tenerla sotto controllo e quell’ansia sproporzionata rispetto alla situazione finisce con l’interferire con la quotidianità.

Detto questo è bene tener presente come nei bambini, il sintomo ansioso possa manifestarsi in tanti modi: dalla paura di separarsi dai genitori, anche per poco tempo, al timore di alzare la mano in classe per fare la più banale e legittima delle richieste all’insegnante, dall’imbarazzo di relazionarsi con gli altri al terrore di fallire in qualsiasi prova, scolastica o sportiva che sia. L’ansia induce a sottovalutare la propria capacità di far fronte alle situazioni, e così la paura (per un pericolo sovrastimato) predomina e paralizza.

Si potrebbe dire che, per non crescere figli ansiosi, sarebbe bene sospendere atteggiamenti iperprotettivi e ipercritici, privilegiando, invece, una buona dose di affetto e supporto emotivo. Ma per fare ciò è necessario che il genitore per primo sia ben consapevole del proprio mondo interiore e del proprio stile educativo, altrimenti sarà necessario rivolgersi ad uno psicologo-psicoterapeuta specialista, in grado di sostenere la genitorialità attraverso un percorso di parent training, poichè offrire questo tipo di servizio alle famiglie a rischio potrebbe ridurre anche i costi dell’assistenza sanitaria. In fondo, prevenire è meglio che curare.

4) Sempre molto chiara, grazie mille.
Penultima domanda: quanto incide, anche nel bambino, l’alimentazione e la sedentarietà nell’acutizzare l’Emetofobia? C’è una correlazione tra stile di vita e le fobie? Glielo chiedo perché, personalmente, da quando mangio bene e vado in palestra ho meno paura, ma mangiare sano e fare attività aiuta anche il bambino che presenta “sintomi di fobia”?

L’ansia “fobica” si esprime generalmente con sintomi fisici propri dell’attivazione del sistema nervoso simpatico, in grado di svolgere una funzione di attivazione e reazione, nonchè di utilizzo dell’energia corporea, provocando  l’aumento dell’arousal (sul piano fisico legato ad alterazione della frequenza cardiaca, sudorazione corporea, pressione arteriosa, concentrazione di cortisolo, ecc) e determinando risposte di orientamento verso il pericolo come le reazioni di evitamento attivo,tipiche dell’attacco o della fuga oppure, in caso di iperarousal, il blocco ipertonico con completo blocco ed irrigidimento muscolare.

Circa il 90% delle fibre del sistema nervoso parasimpatico, per intenderci quello che ha invece la funzione di risparmiare o ripristinare l’energia corporea, diminuire l’arousal, rallentare la frequenza cardiaca, facilitare i sistemi di attaccamento e della socializzazione, decorrono lungo il nervo vagale: il più lungo dei nervi cranici che raggiunge cuore, polmoni e quasi tutti gli organi addominali. Tale nervo costituisce un sistema neuronale integrato che permette la comunicazione tra i visceri e il cervello, tanto che la stimolazione degli afferenti del vago può arrivare a modificare l’attività cerebrale. Numerose ricerche hanno dimostrato come l’attività fisica mediamente intensa stimoli efficacemente il nervo vago, intendendo con “mediamente intenso” uno sforzo appena al di sopra delle nostre potenzialità, poichè uno sforzo troppo intenso, di contro, bloccherebbe il nervo vago.

Analogamente, i movimenti che richiedono un livello di coordinazione piuttosto complessa stimolano efficacemente il nervo vago. Le discipline con queste caratteristiche rappresentano dunque anche per i più piccoli un ottimo modo per sincronizzare emozioni, pensiero, ritmi esterni ed interni, capacità di attesa e padronanza. Quanto all’alimentazione, la connessione tra sistema digerente, intestino in particolare, e nervo vago è molto rilevante, rappresentando una delle vie di comunicazione primarie tra quello che mangiamo, la mente e il sistema immunitario.

5) Allora sport sport sport, senza esagerare, ovviamente. 🙂
Ultima domanda e poi passo ai ringraziamenti.
Da anni scrivo a riviste e giornali per diffondere l’informazione riguardo all’Emetofobia, ma per ora risultati 0. Tutto quello che posso e possiamo fare è sfruttare la rete, ma questo, in passato, mi ha portata a scontri frontali con dottori contrari a blog, forum e gruppi dove i pazienti potessero “influenzarsi” a vicenda.
La loro paura NON è del tutto immotivata, nel corso degli anni, sia attraverso il blog sia attraverso il forum (www.emetofobia.it/forum), ho visto tante persone “peggiorare” perché magari leggevano il post di qualcuno che aveva avuto un sintomo a loro sconosciuto e di punto in bianco “se lo sentivano”, un po’ come se si scambiassero la paura come le figurine. Tuttavia ho deciso di non fermarmi perché, se otto anni fa, digitando su Google “Emetofobia” uscivano pochi risultati, ora i risultati di ricerca restituiscono tanti link, tanti topic, tanti siti in cui viene affrontato l’argomento. Eppure non basta. Ogni giorno incontro qualcuno che “pensavo di essere l’unico pazzo ad aver paura di vomitare”. Non basta, In Italia non viene minimamente calcolata eppure è una fobia che ti distrugge il fisico. Secondo lei come mai c’è tutto questo silenzio riguardo all’Emetofobia? Possibile che in tv e nei giornali si parli più di agofobia che di Emetofobia? E’ una cosa che fa paura o è semplice ignoranza?

Come già detto, le emozioni sono contagiose e la grande varietà di informazioni più o meno vaghe che il web fornisce ai suoi utenti, può essere di sovente controproducente, soprattutto se utilizzata al fine di farsi una sorta di autodiagnosi, in tutti gli ambiti della salute, compresa la psicologia. Un po’ come avviene nella “sindrome dello studente di medicina”: chi scorre tra le pagine del web alla ricerca di risposte sulla sua salute può avere la sensazione di riconoscere e di avere i sintomi delle differenti malattie che via via vengono analizzate. Questo rischioso meccanismo appartiene però a tutti i quadri morbosi, non solo al dominio in questione. A tal proposito, credo sia doveroso sottolineare come l’informazione divulgativa sulla psicopatologia abbia il solo obiettivo di indirizzare il potenziale paziente allo specialista più idoneo alla sua problematica: per fare ciò è necessario dargli la possibilità di riconoscere di avere una difficoltà, condivisa e condivisibile con altri che prima di lui hanno iniziato ad occuparsene, allo scopo di motivare la persona al cambiamento attraverso la formulazione di una richiesta d’aiuto. Ma si sa, ogni strumento se usato bene è una grande risorsa, se usato male un’arma altrettanto potente.

Inoltre no, non si parla molto di emetofobia  e in realtà  lo stesso Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi  Mentali (DSM-5) nella sezione delle Fobie Specifiche, dedica spazio alle sole cinque macroaree di stimolo fobico (Tipo Animale, Ambiente naturale, Sangue-iniezioni-ferite, Situazione e Altro) e solo poche righe alla specificità dei singoli quadri, poiché accomunati da medesime risposte seppur a stimoli assai vari.

Nel caso dell’emetofobia, è possibile individuare un chiaro riferimento alla tipologia dello stimolo fobico in grado di orientare  più o meno verso una sottocategoria o un’altra tra quelle utili a far diagnosi di Fobia Specifica,  inserendolo nella categoria “Altro” dove tra gli stimoli potenzialmente fobici é individuata dagli autori anche la paura di situazioni che possano portare a vomitare.  Al di là dei manuali, nel linguaggio comune per ogni fobia pare ormai esserci un nome, e questo non a caso, perchè imparare a conoscere e capire le nostre paure aiuta ad avviare a prendercene cura, quanto meno iniziando a circoscriverne il campo d‘azione, individuandone la modalità di trattamento che è certamente in tal caso la psicoterapia. Purtroppo l’emetofobia è un disturbo spesso minimizzato, in quanto è consensualmente condiviso il dato per cui nessuno gradisce vomitare o assistere ad episodi di vomito. Questo rende ancora più difficile, per chi ne soffre, cercare aiuto o parlarne con la propria famiglia o semplicemente con il medico di base. Sta di fatto che, come giustamente sottolineato nella sua domanda, la compromissione della qualità della vita degli emetofobici è piuttosto significativa, determinata dal meccanismo di evitamento rispetto ad un ampio numero di situazioni.

E’ bene tener presente che la paura può portare a restringere l’alimentazione e a seguire rigide regole alimentari (comportamento che può portare alla perdita di peso, e che a prima vista lo fa sembrare un disturbo alimentare, ma in questo caso la condizione non è sorretta dal timore di ingrassare). La persona è attenta nella scelta dei cibi, nell’orario di assunzione degli alimenti, evita di assaggiare nuovi cibi (ad esempio cucine di altri paesi) e l’attenzione riposta sullo stomaco e sui processi digestivi fa sì che vengano travisati anche i normali “brontolii” della pancia e che si viva costantemente in uno stato di allerta.

Nei bambini poi la paura di vomitare può comportare il rifiuto di andare a scuola e l’evitamento di altri luoghi pubblici. I piccoli di casa, preoccupati di poter avere la nausea o di vomitare, possono talvolta evitare feste di compleanno, attività sportive o appuntamenti, anche pranzi o cene nei ristoranti, laddove perdersi queste attività può inficiare sulle relazioni e avere un impatto negativo sull’intero sviluppo sociale. Infine, la scarsa condivisione di materiale mediatico, lascerebbe ipotizzare che l’emetofobia sia una fobia rara, invece coinvolge moltissime persone, anche in Italia, con una maggiore incidenza femminile, laddove nella maggior parte dei casi è lecito pensare che le donne accedano più facilmente ai Servizi di diagnosi e cura, ammettendo una problematica di questo genere. In linea generale, un emetofobico difficilmente accede alla consultazione con uno specialista: la ragione più comune è che una psicoterapia conduce ad un cambiamento e il paziente in questione è probabile che abbia sviluppato un’elevata capacità di trattenere il vomito, pertanto potrebbe convincersi che, avviando il trattamento, non sarà più in grado di contenerlo così bene e quindi potrebbe vomitare. In realtà la psicoterapia consente al paziente di sviluppare una serie di strategie adatte non solo a gestire l’ansia che molto spesso si associa a questa fobia, ma soprattutto consente di creare un clima di fiducia, accettazione e comprensione con il proprio terapeuta. Ciò consente al paziente di imparare a gestire e comprendere meglio le dinamiche del suo rapporto con il vomito, per acquisire gli strumenti che gli consentiranno di accedere successivamente ad un reale cambiamento in grado di migliorare la qualità della sua vita e di chi gli sta accanto.


Ringrazio la Dott.ssa Corvino di aver risposto alle mie domande.
Spero che questa intervista ti sia piaciuta e sia stata utile per capire un po’ di più come funziona l’Emetofobia.

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