Psicologie da supermercato
Ho deliberatamente aspettato qualche giorno prima di parlare di questo argomento: mi sono presa un po’ di tempo per riflettere sull’utilità di scrivere, proprio in questo blog, le mie considerazioni sulla vicenda che ha coinvolto Berlusconi e il conclamato psicopatico Massimo Tartaglia.
Non voglio parlare del fatto in sé, bensì di ciò che è avvenuto dopo, anzi no, dell’approccio giornalistico e sociale ad argomenti quali la psicopatia e la frequentazione di studi psichiatrici.
Vi dico subito la frase più vomitata da molte persone (divise tra giornalisti, comuni cittadini e politici) in questi giorni:
“Frequenta uno studio psichiatrico, quindi tanto normale non è”
Questa frase, se pronunciata da un comune cittadino che vuole illudersi di essere normale, è perdonabile, ma se detta da un giornalista o da un politico, allora la storia cambia. E di molto, aggiungerei.
Lungi da me stare qui a spiegare di cosa soffre Tartaglia: A) Non sono una dottoressa con la smania di creare profili psicologici senza aver mai visto il soggetto in questione (questo lavoro lo lascio ai giornalisti, pare che siano diventati tutti psicologi); B) Non mi interessa sapere di cosa soffre Tartaglia.
Quello che mi interessa è fare chiarezza sull’argomento “essere normali” e “andare dallo psichiatra, quindi…”.
Concetti che, devo dire, in Italia vengono abusati, anzi, stuprati alla grande.
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Impegno unidirezionale
Lo leggo spesso: “sono andato da X psicologi, ma non sono riusciti a guarirmi”.
Lo penso spesso:”non hai ritenuto nemmeno per un istante che forse sei tu a non prendere la terapia nel modo giusto?”
Non lo dico, non per paura, ci mancherebbe, ma perché sono abbastanza navigata da capire che un commento del genere verrebbe recepito come un cazzotto in un occhio già livido.
Prima di andare dal Dr House, ho avuto anche io le mie delusioni, poiché ritenevo che l’unico impegno era quello di sedersi, raccontare quanta paura mi faceva il vomito, aspettare l’oracolo, pagare e tornare a casa. Sapevo che in tutto questo c’erano delle discrepanze, tuttavia continuavo, perché per me era il massimo che potessi fare.
Toppavo. Di grosso, anche.
Il terapista non è una sibilla, è una lampada che ha il compito di illuminare cose che noi da soli non siamo riusciti a vedere all’interno della stanza in cui ci siamo rinchiusi. Gli occhi ce li dobbiamo mettere noi, ma se li teniamo chiusi, il terapista non può fare nulla.
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Una sedia
Ultimamente mi capita spesso di pensare al mio lavoro, alla sedia sulla quale ogni giorno faccio cadere un rinocerontico fondoschiena nella vana speranza di lavorare otto ore filate.
Posso dire che il mio lavoro l’ho scelto anche se non è affatto così, ma mi piace, quindi non posso affermare di fare qualcosa che odio e aborro. Tuttavia alcune volte, proprio per la non scelta, mi viene da pensare ai mille altri lavori che avrei potuto fare se un giorno non avessi imbroccato la via dell’emetofobia.
Nello scrivere questa frase mi sono chiesta se l’emetofobia non sia stata sempre e solo una scusa che si frapponeva giusta giusta tra me e le cose che in verità non ho mai avuto il coraggio di fare, poi però mi vengono in mente le volte in cui per uscire non mangio e sento quasi la fame, pronta a ricordarmi che senza mangiare regolamente anche fuori casa, o comunque prima di uscire, ogni lavoro che mi porta lontana da questo pc è precluso.
Per quanto mi sforzi di dire che se una cosa la vuoi fare la fai lo stesso, devo ammettere che la prospettiva di arrivare a fine mese con la testa a mo’ di campo da golf e le costole schizzate fuori dalla pelle, be’, non è bella per niente.
L’ho passato nove anni fa e non voglio ripeterlo.
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