I bambini dell’Africa
A tutti quelli che hanno palesato la propria emetofobia sarà capitato di sentirsi dire: “pensa ai bambini dell’Africa, quelli non hanno niente da mangiare, e tu rifiuti il cibo per una stupida paura”.
Ecco, parliamo di questi ipercitati bambini dell’Africa che diventano il termine di paragone per misurare la nostra estrema stupidità nell’avere paura di vomitare.
La prima volta che qualcuno mi ha presentato i bambini dell’Africa è stato quando ho detto a scuola di non avere luce e acqua calda in bagno.
“Luciani, pensa ai bambini dell’Africa” mi disse la professoressa.
La seconda, me lo ricordo bene, mi vennero messi sul piatto da un medico:
“Da quanto non mangia? 3 Mesi? Ah, ma pensi ai bambini dell’Africa, quelli non mangiano mai…”
Fino a qualche tempo fa, quando raccontavo della mia emetofobia, non mancavo mai di eplicitare la mia posizione di privilegio rispetto ai bambini dell’Africa, come se fosse mio dovere non angosciarmi se per due giorni di fila non mangiavo nulla, come se non avessi il diritto di stare male, o peggio, di sentirmi debole e affamata.
Poi mi sono resa conto che la storia dei “bambini dell’Africa” non solo è una doverizzazione terribilmente lesiva, ma anche un falsissimo senso di colpa che spesso non viene seguito da nessun fatto concreto. Serve solo a sentirsi meno sfigati.
Perché:
A) Non è pensando che si riempe loro lo stomaco
B) Crea dei sensi di colpa e delle doverizzazioni che vanno dal “devo stare bene perché in fondo non sto messa come i bambini dell’Africa”, “mi sento in colpa: io ho il cibo e lo rifiuto, i bambini dell’Africa non hanno niente”, ecc.
Guerra tra poveri…
Si dice così quando ci si scanna per una scodella di riso o quando si è dal paninaro e si belligera per reclamare il diritto di precedenza sull’ultima ciriola:
“Io l’ho chiesta per prima”
“Ma io l’ho vista per prima”
Si dice così per tante altre cose che coinvolgono coloro i quali dovrebbero fare gruppo contro ingiustizie e prevaricazioni. Di guerre tra poveri ce ne sono parecchie ogni giorno.
Il post che sto per scrivere può sembrare cattivo, impertinente, discriminatorio, ma mi si permetta, dopo dieci anni, di non essere politicamente corretta, vabbenista e tollerante perché, per come la si guardi, nella vita si fanno delle scelte che non possono essere pagate dagli altri. Mi rendo conto che quello che è avvenuto qualche mese fa è stata l’ennesima guerra tra poveri nata e morta lì, davanti un banchetto per le offerte.
Quel giorno ero alla ricerca di un ufficio, mi girava la testa perché per due giorni di fila ero dovuta uscire stando fuori casa fino alle sette di sera, questo per me significava, e purtroppo significa ancora, non mangiare e bere per ore e ore. Non ero al mio top, così, un po’ per la fame, un po’ per le decisioni prese quel giorno, ero incazzata come un black mamba. Avevo praticamente la schiuma alla bocca quando una signorina tutta piercing e tatuaggi si avvicinò con una penna in mano e mi domandò, con un accento da centro sociale:
“Ti va di donare qualcosa per la nostra comunità?”
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