Lettera aperta all’Emetofobia
Cara Emetofobia,
non ti stupire se introduco con “cara”, ci conosciamo da così tanto tempo che ho avuto la premura di non offendere i tuoi sottili sentimenti, anche perché, lo sappiamo, se t’incazzi tu poi mi tocca passare a me dalla cassa.
Se ti scrivo è per raccontarti la vita che avrei voluto e che grazie alla tua preziosa vicinanza non ho mai avuto, ma non credere che io per questo stia puntando il mio dito indice contro di te, no, io ti punto più che altro il medio, con simpatia, eh!
Non c’è molto da dire sulla vita che poteva essere e che non è stata, potrei riassumere il tutto con un semplice aggettivetto che tu tanto aborri (sci?), “normale”.
Che vuol dire avere una vita normale?
Avere una vita normale vuol dire uscire con gli amici ; stare chini su un banco di scuola come penitenti sui ceci; avere un ragazzo, lasciarlo per un altro, laciare l’altro per il primo; andare in campeggio con le giovani marmotte per trovarsi poi fra i rovi a fare i ricci…; fare un viaggio e litigare con l’Alitalia perché ti ha perso la valigia con dentro tutti i più bei vestiti che ti eri portata dietro per la primissima fuga a Londra; mangiare al Mac rischiando l’ulcera perforante; lasciare gli altri vomitare in grazia di Dio; lavorare all’aria aperta, in mezzo alle persone, senza avere quella strana smania di infilarle in un forno crematorio perché loro riescono a mangiare fuori e tu no; vomitare dopo una sbronza preoccupandoti solo dei tappetini intonsi dell’auto o della camicetta di Benetton appena comprata e tragicamente marchiata di sostanze non identificabili più come cibo. Vomitare, già, vomitare, come è normale che sia quando si beve, quando si mangiano cozze riesumate dal frigo seguendo la legge del “è cibo, non si può buttare”, quando hai l’influenza intestinale e la tua camera muta di forma in una boccetta troppo cresciuta di Malagrotta Purfum.
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