Vi racconto la fame
“La fame è brutta.”
Lo abbiamo detto tutti almeno una volta nella vita, ma quanti di noi l’hanno effettivamente provata? Parlo della fame di settimane che finiscono per sembrare secoli, non del languorino tra il panino e la Fiesta.
Non lo so, be’, io ho assaggiato quella che arriva a cibarsi del cervello e voglio provare a spiegare cosa si vive quando lo stomaco diventa un verme che ti mangia da dentro.
Ho dimenticato quasi tutto di quel periodo, ma non la fame, perché una sensazione così non la scrosti via né dalla memoria né dal corpo, anche se di mezzo ci sono dieci lunghi anni.
La fame è come un leone che comincia a leccarti quando ancora sei vivo. La prima fase è sopportabile, lei se ne sta nello stomaco e lancia gridolini cui fai indubbiamente caso, ma non li lasci giocare con la tua lucidità. E’ quando dallo stomaco comincia a soffiare un vento di debolezza passando prima per le gambe e poi tornando su verso le braccia per arrivare poi al cervello, è lì che hai la sensazione di essere divorato e ignorare è impossibile.
E’ come se il cervello fosse la parte superiore di una clessidra e lo stomaco la parte inferiore, piano piano avverti una sorta di leggerezza pesante e hai la sensazione di vedere tutto il contenuto del cranio scivolare via dal collo della clessidra per arrivare allo stomaco senza mai saziarlo. Ripeto, senza mai saziarlo. (In questi anni l’ho sempre descritta come la sensazione dello stomaco che sbrana il cervello.)
I bambini dell’Africa
A tutti quelli che hanno palesato la propria emetofobia sarà capitato di sentirsi dire: “pensa ai bambini dell’Africa, quelli non hanno niente da mangiare, e tu rifiuti il cibo per una stupida paura”.
Ecco, parliamo di questi ipercitati bambini dell’Africa che diventano il termine di paragone per misurare la nostra estrema stupidità nell’avere paura di vomitare.
La prima volta che qualcuno mi ha presentato i bambini dell’Africa è stato quando ho detto a scuola di non avere luce e acqua calda in bagno.
“Luciani, pensa ai bambini dell’Africa” mi disse la professoressa.
La seconda, me lo ricordo bene, mi vennero messi sul piatto da un medico:
“Da quanto non mangia? 3 Mesi? Ah, ma pensi ai bambini dell’Africa, quelli non mangiano mai…”
Fino a qualche tempo fa, quando raccontavo della mia emetofobia, non mancavo mai di eplicitare la mia posizione di privilegio rispetto ai bambini dell’Africa, come se fosse mio dovere non angosciarmi se per due giorni di fila non mangiavo nulla, come se non avessi il diritto di stare male, o peggio, di sentirmi debole e affamata.
Poi mi sono resa conto che la storia dei “bambini dell’Africa” non solo è una doverizzazione terribilmente lesiva, ma anche un falsissimo senso di colpa che spesso non viene seguito da nessun fatto concreto. Serve solo a sentirsi meno sfigati.
Perché:
A) Non è pensando che si riempe loro lo stomaco
B) Crea dei sensi di colpa e delle doverizzazioni che vanno dal “devo stare bene perché in fondo non sto messa come i bambini dell’Africa”, “mi sento in colpa: io ho il cibo e lo rifiuto, i bambini dell’Africa non hanno niente”, ecc.
Il tapis roulant
Dieci anni fa pesavo 83 kg. Giuro.
La prima costola l’ho vista in una radiografia. Io non sapevo nemmeno di averle, le costole.
Nonostante sembrassi un rovagnati con braccia e gambe, ero felice.
L’estate indossavo un costume da bagno duepezzigiallocanarinofluorescente che metteva in evidenza tutto, e per tutto intendo tutto! Una cosa inguardabile. Inguardabile veramente, quel costume ti faceva venire la cataratta precoce, ma mi piaceva così tanto da non essere ancora riuscita a pensionarlo, sebbene io lo abbia sostituito con un due pezzi con i cuori rossi. Niente di meno inguadabile, comunque.
Pur essendo un prodotto degli anni in cui Olivia Newton John terrorizzava tutti con Physical, non ho mai fatto una dieta in vita mia. Tra un’obesa lasagna e la depressa insalata, non c’era nemmeno da pensarci: le mangiavo entrambe.
Non avendo né auto né amore per i mezzi pubblici, camminavo molto: non facevo di certo parte di quella categoria di adolescenti sedentari che stavano tutto il giorno davanti alla tv a fagocitare girelle e big mac. Giocavo anche a pallavolo, quindi ero a posto con la coscienza, un po’ meno con Olivia Newton Jhohn, ma pazienza.
Tutto andava bene così. Per ragazzi ero un maschio con le tette, ma quello del dimagrire era un compromesso al quale non volevo arrivare solo per farmi accettare come femmina del branco. Alcune volte, lo ammetto, mi sentivo morire sapendo che una ciabatta ortopedica arrivava ad essere più sensuale di me, ma i momenti così passavano subito, e ogni cosa tornava alla normalità. La mia, naturalmente.
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