Sala d’attesa
Lo so, lo so, lo so. Sono una rogna.
Sto bene, sto male, sto.
Sono in uno di quei periodi nì, quelli in cui tutto è sì e no. Bisogna solo capire se è più profumato il sì o più puzzolente il no.
Oggi è nì, appunto.
Volevo chiamare House per dirgli che passerà ancora del tempo prima del nostro prossimo incontro. Non l’ho fatto semplicemente perché è come se confermassi a me stessa che NO, non ci posso andare, e io invece voglio sperarci, tanto per aggiungere un’altra speranza alla lunga lista della spesa.
Mi piacerebbe chiamarlo, non salutare, non confermargli che sono io, ma uscirmene con un “Dimme dove e quando”, be’, magari un po’ meno così e un po’ più in italiano. Mi piacerebbe, ma ancora non posso farlo.
Dovrei chiamarlo lo stesso, tanto per sapere come sta e per ritenerlo qualcosa di reale; più vado avanti e più ho la sensazione di averlo inventato io, che in verità un House non è mai esistito, che ho una doppia personalità: una vomitofobica e l’altra psicoterapista. Oddio, sarebbe bello, potrei costringere l’House che in me ad psicoanalizzare la vomitofobica. Sì, sarebbe fantastico, ma anche molto, come dire…da ricovero coatto nel reparto “Cold Case” di qualche manicomio. Ehm, passo.
No, House c’è, esiste, lo vedo nelle fatture che mi ha rilasciato e nelle rughe del conto in banca, cioè, di quello che NON è rimasto nel conto in banca, quindi lui c’è. C’è anche perché sento i suoi salvifici insegnamenti adoperarsi per farmi stare tranquilla in momenti che solo un anno e mezzo fa mi affogavano nel panico più abissale.
Se non c’è adesso, c’è stato, e spero ci sarà ancora.
Insomma, mi piacerebbe non passare altro tempo in sala d’aspetto, ma entrare nuovamente nello studiolo di House e ricominciare da dove abbiamo interrotto.






