Il B.e.p. dell’emetofobico

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (6)
18
Feb
2010

Oggi mi sento molto Montezemolo. Senza soldi, però.
E’ da stamattina che parlo di grafici, di percentuali, di analisi swot e tutto quello che fa very marketing woman.

Ho ripreso in mano i miei libri sul tema e, mentre mi autoconvincevo di poter sistemare l’imprenditoria italiana con uno straccio da spolvero, ho incontrato un grafico che mi ha fatto pensare subito all’Emetofobia.

Si parla di B.e.p.

B.e.p non sta per Black Eyed Peas, bensì per Break Even Point (punto di pareggio). Attraverso l’analisi di spese e profitti, l’azdiena XY è in grado di stabilire le entrate e le perdite relative ad un determinato periodo.  Il B.e.p. si ha quando profitti e spese vanno in pari, mostrando così che in quel determinato punto (periodo) l’azienda non ha né guadagnato né perso soldi.

Per dirla breve, prendo un gratta e vinci da due euro e vinco due euro: non ho né guadagnato né speso, ma ho avuto la possibilità sia di incrementare i miei guadagni (vincendo) sia di perdere i due euro puntati (spese).

E’ un metodo che può praticamente essere rapportato a tutto. E secondo voi, potevo perdere l’occasione di applicarlo anche all’emetofobia? Certo che no. Come quando utilizzai l’analisi Swot per chiarire ad House concetti che non sapevo spiegare altrimenti, ricevendo da lui un’occhiata stremata che voleva dire qualcosa tipo “mi denunceranno se l’appendo al muro?”

Ho adattato questo B.e.p. all’emetofobia in una maniera un po’ insolita, ovvero processando il livello marginale di sopportazione che l’emetofobico deve superare prima di decidersi a fare qualcosa.
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Impegno unidirezionale

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (1)
26
Oct
2009

Lo leggo spesso: “sono andato da X psicologi, ma non sono riusciti a guarirmi”.

Lo penso spesso:”non hai ritenuto nemmeno per un istante che forse sei tu a non prendere la terapia nel modo giusto?”

Non lo dico, non per paura, ci mancherebbe, ma perché sono abbastanza navigata da capire che un commento del genere verrebbe recepito come un cazzotto in un occhio già livido.

Prima di andare dal Dr House, ho avuto anche io le mie delusioni, poiché ritenevo che l’unico impegno era quello di sedersi, raccontare quanta paura mi faceva il vomito, aspettare l’oracolo, pagare e tornare a casa. Sapevo che in tutto questo c’erano delle discrepanze, tuttavia continuavo, perché per me era il massimo che potessi fare.

Toppavo. Di grosso, anche.

Il terapista non è una sibilla, è una lampada che ha il compito di illuminare cose che noi da soli non siamo riusciti a vedere all’interno della stanza in cui ci siamo rinchiusi. Gli occhi ce li dobbiamo mettere noi, ma se li teniamo chiusi, il terapista non può fare nulla.
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Marketing in analisi

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (1)
11
Jul
2009

Lo ricordo come se fosse ieri. Ricordo l’odore, la forma, la consistenza, il numero di pagine, la copertina, il prezzo, il font usato per scrivere testi e titoli, ricordo tutto di quel libro, ma non il titolo.

Capita.

Comunque, parlo del mio primissimo libro sul Marketing. Be’, non proprio mio, in verità era della biblioteca, ma per venti giorni è stato il mio tesssorooo.
Dopo averlo letto e imparato, credevo di essere venuta a conoscenza dell’ubicazione esatta del Santo Graal. Mi sentivo pronta per diventare una vera donna di marketing, una di quelle che a fine giornata buttano i documenti nel cestino e montano sulle moto per correre a brindare con l’aperol. Ecco, mi sentivo esattamente così.
Per circa un anno ho vissuto con la granitica convinzione che, grazie al marketing, avrei avuto un’esistenza lavorativa più ordinata e di sicuro successo: cazzata.

Purtroppo, essendo venuta al mondo senza una precisa analisi di mercato dietro, era inevitabile avere un carattere poco incline a sviscerare punti di forza, debolezze, opportunità e minacce davanti alle più gravose decisioni, quali “con o senza ali?”, “croccantini di pollo o salmone?”.
Così ho archiviato i libri e ho continuato a vivere d’istinto.

Ecco perché sono senza lavoro.
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