Una Pikadilly per casa

Scritto da: Pikadilly | In: Status | commenti Commenti (4)
27
Mar
2010

Oggi un amico mi ha chiesto chi ha partorito il mio nick. Nel raccontargli della mia gatta Pikadilly, non ho potuto fare a meno di pensare all’Emetofobia.

Perché Pikadilly, la micia, c’entra tanto con la mia Emetofobia.

Ho incontrato Pikadilly quando ancora era una gatta in edizione tascabile. Il colpo di fulmine avvenne nell’estate del 2002 e l’Emetofobia, che ancora per me era una pazzia senza nome, comandava un esercito di paure che mi facevano vivere i 19 anni da reclusa libera.

Mangiavo poco, disegnavo tanto. Volevo morire e sopravvivere per vedere la mia stessa morte.
Era luglio, mentre le mie coetanee se ne stavano in spiaggia o a limonare con qualche bel ragazzo, io stavo da mia zia a disegnare storie. Ad un certo punto arrivò mio fratello annunciando di aver trovato un micio morto sul marciapiede.

Lasciai le mie matite e corsi in strada, la catena della paura quel pomeriggio si concesse una licenza e mi permise di raggiungere il micio senza terrorizzarmi troppo.

Sulla scena del crimine trovai un cadavere di pochi centimetri, solo che respirava e muoveva la testa.
Non so dove andò a pescare la forza, visto com’era ridotto, ma riuscì a lanciare il suo segnale miagolando nella mia direzione.

Lo presi con cautela e, cercando di non frantumarlo, lo portai a casa.

Aveva una pallina di carne sul versante sinistro dell’addome, un osso della zampina spostato, tutte le credenziali per essere considerata una femmina e una paura disgraziata, tanto che non riusciva nemmeno a tenersi in piedi.
Mi guardava. Solo quello sapeva fare. Guardarmi.

A causa di economiche rogne, non le furono concesse cure idonee al suo stato prima di qualche giorno, se pur presi da arsura culare, tentammo di fare del nostro meglio per rianimarle l’appetito e la voglia di stare in piedi. La nostra esperienza con i gatti (prima di lei ne avevamo avuti un bel po’ e tutti insieme) ci diceva che saremmo riusciti a portarla dal veterinario ancora viva.

La prima preoccupazione fu farla mangiare. Io ero l’addetta al cibo.

Ed è qui che Pikadilly, un paio d’ orecchie con gatto incorporato, entrò nella mia Emetofobia e sconvolnse un po’ tutto quello che poteva sconvolgere.

“Devi mangiare, se no non guarisci”, le dicevo mentre l’avvicinavo al piccolo biberon…va bene, alla siringa senza siringa. :D
Lei mi guardava e non accennava minimamente un moto di compassione verso quella diciannovenne che cercava solo di salvarla.

Ancora non era Pikadilly, era semplicemente la Micetta.
“Dài, mangia un po’…non aver paura…”
Mi guardava.

Che cosa voleva dirmi? Perché continuava a guardarmi? Perché non girava la testa come tutti gli altri gatti inappetenti?
Non ci volle una scienza per capirlo.

Perché io avevo diritto alla paura e lei no?
Mi alzai e presi un piccolo pezzo di pane.
Tornai da lei e cominciai a mangiare. Ora la guardavo io.
Pochi minuti dopo si alzò e leccò delle gocce di latte cadute sul pavimento.

In qualche modo, abbiamo ricominciato a mangiare insieme. Ed insieme ci siamo salvate.

Pochi giorni dopo, mio fratello la portò dal veterinario (lui era l’addetto alle trasferte), venne ricoverata e operata per un’ernia. Mio fratello si fece più di venti km a piedi sotto il sole d’agosto per riportare la micetta a casa. Mia madre fece un ulteriore debito per poterla curare (e lei era l’addetta ai finanziamenti).
Ormai non potevamo tirarci indietro, era diventata prepotentemente la nostra micia di casa.

All’inzio la chiamai Fei Ling. Fei in onore di Alessandro Fei, attaccante della nazionale di pallavolo maschile, Ling…Ling mi piaceva.
Pikadilly venne dopo, quando male interpretai una canzone degli Aqua, credendo che dicesse “Piccadilly”. Il motivetto mi risuonava in testa ogni volta che vedevo la micetta.
Pikadilly (con la k)  era carino, si adattava benissimo allo spirito gagliardo della nuova inquilina.

E Pikadilly fu.

Prima di lei, come ho detto, ho avuto altri gatti, dei quali conoscevo nomi, date di nascita e numero di figli, ma nessuno di quei gatti riuscì a scaraventare dalla finestra le differenze tra uomo e animale come fece Pikadilly. E lo fece così, come se fosse la cosa più da gatto che potesse fare.

Pikadilly è quell’essere bicromatico che una volta mi fece uscire dopo mangiato, perché gli andava di star male e così si ammalò. E’ stata una pasticca di calmante la sera in cui un attacco di panico mi fece ritenere che al mondo non ci fosse una poltrona per me, ma solo sedie chiodate.

E’ stata quella che si è sempre guardata gli affaracci suoi facendoli coincidere con i miei.
E’ stata semplicemente la mia prima vera psicologa, perché mi ha costretta ad osservare la fobia così com’era, non come la credevo io; mi ha insegnato ad osservare l’incongruenza che muoveva la mia mano quando cercavo di far mangiare lei mentre io stessa rifiutavo il cibo per le sue stesse ragioni: la paura.

Pikadilly è un gatto geneticamente modificato per non lasciarsi dimenticare dall’altrui cuore. Lei ci si piazza sopra come se fosse suo, come se fosse la tastiera del pc sulla quale una sera si è messa a dormire, come se fosse già la proprietaria appena ci poggia gli occhi, come se io non potessi dire di no né a lei né alle sue palle di pelo vomitate in giro per casa. Ed è così, perché a me il vomito di Pikadilly non mi ha mai fatto schifo.

Io e Pikadilly non viviamo più insieme da un anno e mezzo, lei è rimasta a rincorrere lucertole nella Casa Madre, e io sono qui che cerco di uscire dall’emetofobia anche per donare a me e a lei un nuovo futuro insieme.
Abbiamo provato la convivenza in questo appartamento in mezzo alla città, ma lei si è attaccata alla canna del gas dieci minuti dopo aver varcato la soglia di casa, così è tornata laddove in passato ci siamo salvate e amate per la prima volta.

Pikadilly è solo una gatta e in quanto gatta è ruffiana, opportunista, menefreghista, egoista, egocentrica e pure grandemente stronza, ma è stata la prima ad entrare nella mia Emetofobia senza spiegare, senza insegnare, senza dire, senza fare, senza pretendere di salvarmi.

Eppure lo ha fatto, ed è tanto per essere solo un gatto.



Questo Post è stato scritto da:
Pikadilly

Soffro di Emetofobia da quando avevo 17 anni. I primi 8 anni li ho passati credendomi pazza e fuori dal mondo, poi ho scoperto che la mia paura aveva un nome, uno di quelli seri, uno di quelli che non puoi dire "E' una pippa mentale". ;)

4 Commenti

  1. #1
    Commento di: Lauryn
    Data: 27 Mar, 2010 Ore: 18:37

    una storia bellissima. e poi dicono che gli animali non hanno un cuore.

  2. #2
    Commento di: gatto nero
    Data: 29 Mar, 2010 Ore: 21:35

    pet therapy works!

  3. #3
    Commento di: Pikadilly
    Data: 30 Mar, 2010 Ore: 20:28

    Grazie Lauryn,
    sì, infatti. Un animale ti aiuta veramente a tirarti su. ;)

  4. #4
    Commento di: Dugan
    Data: 31 Mar, 2010 Ore: 21:46

    …e di nuovo, esplodi, con le tue parole a raccontare una storia, che ti riesce istantaneamente delicata e deflagrante.

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