Impotenza
Quando ho cominciato a fare outing, ho dovuto imparare a capire le reazioni di chi avevo di fronte affidandomi soprattutto alle espressioni del loro volto: schifo, compassione/finta compassione, perplessità, menefreghismo, soddisfazione, delusione, paura, curiosità, ecc.
Tra tutte queste espressioni, quella che riesce ancora a ghiacciarmi è lei, l’espressione dell’impotenza.
Ricordo il viso di mia madre quando ero nella fase neonatale dell’Emetofobia e, affamata e nevrotica, terremotavo tutta casa mossa da un complesso groviglio di sensazioni alle quali non sapevo dare niente, nemmeno un nome. Avevo paura, avevo fame, avevo voglia di capire e non capivo, di fuggire, di far star male tutti. Lei, mia madre, aveva da pochi mesi ricominciato a camminare, aveva un cumulo di vita da sistemare, non possedeva mezzi per sostenere anche il peso delle mie paure: nei suoi occhi l’impotenza era onnipresente, nuotava beata nell’azzurro dell’iride.
Mio fratello, idem, mi guardava impotente.
Odiavo tutto il mondo che non aveva paura di mangiare, loro due compresi. Non avevo altro soggetto oltre me, tutti erano complementi, mai soggetti.
Allora non potevo immaginare che dopo dieci anni avrei montato di nuovo l’espressione dell’impotenza sul volto di qualcuno, eppure ci sono riuscita (potrei vendere tutorial su come costruire un’espressione di impotenza).
Ho visto l’impotenza nei movimenti e nella tela facciale di chi ogni giorno sopporta la mia Emetofobia, i miei no, non esco, ho fame; i miei lasciami in pace, sto male; i miei non ce la faccio ad arrivare a stasera; i miei non ne uscirò mai; i miei non posso curarmi, non ho soldi; i miei voglio solo tornare da House; i miei vorrei essere normale, almeno per un giorno, non di più, i miei perché non capiscono che sto male? perché fanno tutti finta di niente e mi chiedono cose che io non riesco a fare? ecc.
La vedo in chi ha fatto le uniche cose che a me servivano veramente, pur non essendo compito suo farle.
Eh, arriva l’Estate…
Cercare di capire i ragionamenti di chi sembra esistere solo perché avanzavano pelle e frattaglie è dura, molto dura, impossibile, direi. Tuttavia bisogna farlo, perché altrimenti ci si aliena almeno il 40% del genere umano, il che non sarebbe proprio un danno, e si rischia di considerarci vittime assolute della società, il che è proprio un danno.
Comunque, questa storia nasce dal racconto di una mia collega emetofobica, anche lei votata al digiuno pre e intro uscite.
Protagoniste: Lei e l’ingenua amica di sua madre.
Amica della madre: “Come va con quella paura…?”
Lei: “Va…sto andando da una terapista”.
Amica della madre: “Hai cominciato a mangiare qualcosina fuori?”
Lei: “No, ancora no…con il caldo è ancora peggio…”
Amica della madre: “Lo immagino…ma tanto adesso arriva l’Estate, sole mare, uscite con gli amici, ti diverti e non ci pensi più.”
Qui siamo di fronte a tre scelte:
a) La signora scorpora completamente il concetto di caldo da quello di Estate.
b) Secondo lei, l’Emetofobia si prende le ferie come le impiegate delle poste.
c) Anche lei, in passato, è stata emetofobica, sì, una di quelle emetofobiche stagionali che stanno male solo nei giorni lavorativi invernali.
A voi la scelta.
E vabbe’, alla fine bisogna anche un po’ uscire dal nostro status di vittime incomprese e considerare che dall’altra parte c’è la voglia di sminuire il problema non per cattiveria, ma per una sorta di autodifesa o anche semplicemente per poca sensibilità. In fondo anche io non potrei mai capire veramente chi è cresciuto con un’intera norcineria sugli occhi e due montagne di cotton fioc inchiodate nelle orecchie.
Fermo restando che se fosse successo a me, le avrei come minimo chiesto quando ha cominciato a saltare da sola da un ramo all’altro.
La genialata
No.
No.
No.
No di massima.
Mi rifiuto di crederlo, ma non l’ho sognato. L’ho letto con i miei occhi.
Chiaro, forte, senza altre possibilità di interpretazioni.
I fatti.
La scorsa settimana ero davanti il mio fido pc a smistare le email, tra “consigli sull’erezione felice” e “tu avere persuto password di banca di Foggia”, scovo la risposta di un conoscente virtuale ad una mail-conversazione riguardante l’Emetofobia.
Lui domandava, io rispondevo.
Tutto nella norma, anzi, mi faceva quasi piacere vedere che una persona non emetofobica si interessasse al problema, così rispondevo gagliarda alle sue domande.
Sembravamo Jerry Scotti e l’aspirante milionario.
Arrivati ad un certo punto, mi chiede come mai non vado più da House.
“Soldi”, rispondo meccanicamente io.
E lui: “Ah, e allora? Se è solo una questione di soldi, non vedo dove sia il problema!”
E io: “Eh, il problema è che non ci sono”.
E lui: “Ma come? Proprio tu mi vieni a dire che non hai soldi per pagarti la terapia?”
E io: “Be’, sì…perché? Faccio forse Montezemolo di cognome?”
E lui: “No, ma sei una donna…”
E io: “Ehm, sì, ma che c’entra…?”
E lui: “Eh, che c’entra…sei una donna, sei carina, sei giovane…che ti devo dire io come potresti fare un sacco di soldi…..?”
No, davvero, ragazzi, se per potersi curare, una ragazza deve anche solo prendere per buona l’ipotesi di infilarsi in una gonna tiroidea e passeggiare lungo il raccordo litigandosi il palo con i viados, be’, decisamente non stiamo messi bene, per niente per niente per niente messi bene.
E lui: No, ma mica devi fa la battona! Ormai non vanno più di moda. Fai la escort, quella di classe.
Eh, allora, tutto cambia. Ma è NO lo stesso.
Alla fine ho declinato l’invito a mostrarmi alcuni tutorial online su come diventare escort di lusso, e ho chiuso la conversazione con un sonante “Preferisco fare amplessi con il batterio della gastrointestinale, piuttosto che sui sedili reclinabili degli italiani”.
Comunque ho capito una cosa: dall’Emetofobia mi salvo, dagli imbecilli mi sa di no.
Non è così proprio per niente
Donna al supermercato: “Eh sì, non esco più con le amiche…ma che ci vuoi fare, il matrimonio è così.”
Ecco, dopo i volemisebene, i vabbenismi e gli ormai, è così è l’espressione che più odio universalmente, perché per me niente è così, tutto può essere diverso. Sempre. Comunque. In qualsiasi situazione. Ci deve essere un’alternativa, anche solo mentale.
Lo ammetto, a volte, guardando il futuro, vedo ancora l’emetofobia lisciarsi la mia vita con mani incartapecorite e lunghe unghie affilate, ma se credessi veramente che tutti gli sforzi che sto facendo per uscirne non servissero a nulla, mi arenerei sul divano e vaffanlì a tutto!
Ho davvero provato a farlo, a mollarmi sul divano aspettando che la famosa manna dal cielo scendesse ad aprirmi la porta d’uscita dall’emetofobia, senza il minimo sforzo da parte delle mie regali chiappe. Ho anche in qualche modo sperato che il pendolo di Poe si materializzasse sopra la mia testa per concludere tutta questa vita in modo molto teatrale, tuttavia non ce l’ho fatta, perché quello era solo un è così mascherato, e appena l’ho scoperto sono saltata giù dal divano e ho cominciato febbrilmente a fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di non farmi mangiare dai vermi dell’è così.
Mi fa senso solo a scriverlo, è così.
Quando mia madre troneggiava su un letto del San Camillo (Roma), incontrai una vicina di casa che, con sforzo titanico, mi chiese come andavano le cose. Io avevo sedici anni e tutta la voglia di farle andare in qualche modo bene, anche se andavano di schifo.
Lei: “E’ dura, lo so, anche mia madre sta male, ma che ci vuoi fare, è così“.
A parte che lei aveva almeno quattrocento anni più di me, quindi, se la madre stava male, forse, dico forse, era anche un tantino normale, considerando oltretutto i 96 inverni sulle spalle della vecchia mamma, ma poi io qualcosa volevo farci, perché per me è così significava arrendersi anche se c’erano margini notevoli di miglioramento.
Terapia Gratta e vinci
Dopo aver pubblicato questo post, probabilmente sparirò almeno fino alla prossima glaciazione, così, tanto per esser certi che la mia reputazione si rivergini per bene.
Stanotte, mentre cercavo di acchiappare il sonno, ho elaborato una sorta di piano strategico per potersi curare con un terapista (di Paperopoli, probabilmente) nonostante la sempreverde siccità finanziaria.
Il sistema è semplice, non richiede l’utilizzo di lombi e parti anatomiche poco battute dal sole, né pagamenti in natura (prodotti caseari o frutta e verdura scappata dalle casse dei banchi al mercato).
Si chiama “Terapia Gratta&Vinci”.
Si va dal proprio psicologo/psichiatra/santone di fiducia e si stipula una sorta di contratto tra le parti. A titolo d’esempio chiamerò le parti A e B: A sta per paziente, B sta per psicocologo/psichiatra/santone.
Funziona così: B elargisce sedute gratuite ad A, A si impegna a comprare un gratta e vinci da cinque euro ogni settimana, se ci sarà una vincita, di qualsiasi somma ed entità, si farà a mezzi, tranne quando la somma vinta corrisponde al totale delle sedute effettuate da B.
Radio Mesorottale e aperitivi
Ultimamente sono costantemente sintonizzata su Radio Mesorottale.
Non mi va bene mai niente. Tutto fa schifo.
Non so scrivere. Non so fare il mio lavoro. Non so parlare.
Mi prenderei a elencotelefonicate sulle giunture quando vado in’overdose di vittimismo.
Eppure, anche con l’occhio ripulito dai residui di autocommiserazione, riesco a vedere che in quel vittimismo qualcosa di vero c’è.
E mi imbisontisco di più.
La lagna della settimana si chiama Aperitivo.
“Per colpa dell’emtofobia, non ho mai preso un aperitivo.”
Sì, soprattutto perché sono astemia. Il punto non è questo (alla fine posso prendere la parola aperitivo e applicarla ad un non-aperitivo), il punto è che io sento di non poter scegliere. E’ NO e basta. Non c’è un potrei, ma non voglio. E’ no. Fine della discussione.
Prima di Natale sono andata con i residui di amici in un locale dove sono soliti fare gli happy hour (quello che a Milano è roba da paleolitico, qui diventa faccenda futuristica): loro mangiavano, io guardavo. Loro bevevano, io guardavo. Loro rimangiavano, io guardavo. Loro ribevevano, io guardavo. E così, random, per tutta la sera.
Mi sono divertita perché ormai sono abituata al “Ionograzie”, ma ho promesso a me stessa di non farlo mai più, semplicemente perché mi fa male.
Un anno fa, dieci anni fa
E’ strano quando ti ritrovi a camminare su una qualsiasi data dispersa nel calendario e ti accorgi di aver messo piede su un numero che tanto sconosciuto non è.
E succede anche quando quella data significa qualcosa, sei lì che festeggi o ti crucci per il ricordo di quel giorno di tanti anni fa, poi ti capita di sabotare il tuo stesso sguardo a favore di un foglietto, uno di quelli che non dovresti più avere, lo prendi, lo esamini, ed eccola di nuovo: la data.
Leggi cosa si porta sulle spalle, e non ci credi: è passato già un anno?
Oggi mi sono alzata consapevole di dover ricordare qualcosa di profondamente triste: dieci anni fa a quest’ora ero china sul pavimento del bagno a raccogliere il dolore di mia madre ( se trasformate la parola “dolore” con “vomito” è la stessa cosa, è quel che facevo).
Quel giorno non ero andata a scuola proprio perché lei stava male.
Mentre il buio sorvegliava la sua stanza, io me ne stavo a leggere La morte della bellezza (Patroni Griffi) nella stanza attigua alla camera. “Così la sento se chiama”, ho pensato.
Per me tutto era adolescente, la mia immaginazione non riusciva nemmeno a salire la scala delle responsabilità, aveva le gambe troppo corte.
Eppure quel giorno qualcosa cambiò e io non fui più piccola abbastanza da potermi affidare ad un “passerà” o alle braccia dei grandi.
Forse è stato lì che ho cominciato ad odiare gli adulti.
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