Psicologie da supermercato

Scritto da: Pikadilly | In: Società | commenti Commenti (0)
18
Dec
2009

Ho deliberatamente aspettato qualche giorno prima di parlare di questo argomento: mi sono presa un po’ di tempo per riflettere sull’utilità di scrivere, proprio in questo blog, le mie considerazioni sulla vicenda che ha coinvolto Berlusconi e il conclamato psicopatico Massimo Tartaglia.

Non voglio parlare del fatto in sé, bensì di ciò che è avvenuto dopo, anzi no, dell’approccio giornalistico e sociale ad argomenti quali la psicopatia e la frequentazione di studi psichiatrici.

Vi dico subito la frase più vomitata da molte persone (divise tra giornalisti, comuni cittadini e politici) in questi giorni:

“Frequenta uno studio psichiatrico, quindi tanto normale non è”

Questa frase, se pronunciata da un comune cittadino che vuole illudersi di essere normale, è perdonabile, ma se detta da un giornalista o da un politico, allora la storia cambia. E di molto, aggiungerei.

Lungi da me stare qui a spiegare di cosa soffre Tartaglia: A) Non sono una dottoressa con la smania di creare profili psicologici senza aver mai visto il soggetto in questione (questo lavoro lo lascio ai giornalisti, pare che siano diventati tutti psicologi); B) Non mi interessa sapere di cosa soffre Tartaglia.

Quello che mi interessa è fare chiarezza sull’argomento “essere normali” e “andare dallo psichiatra, quindi…”.
Concetti che, devo dire, in Italia vengono abusati, anzi, stuprati alla grande.
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Ascoltare non è difficile

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (8)
9
Dec
2009

Certe volte mi chiedo se le persone che ho davanti mi ascoltano o stanno solo aspettando il loro turno per parlare.
Ci metto pochi istanti a capire, mi basta ascoltare con gli occhi le urla del loro corpo.
Così smetto di parlare e aspetto. Non molto, a dir la verità. Perché non si prendono nemmeno il tempo di elaborare le informazioni che ho inviato loro, che già hanno buttato sul piatto la risposta. Così, come una scala reale.

Ben sopporto le frasi di rito (“pippe mentali”, “ti passerà con il tempo”, “pensa ai bambini africani”, “al tempo mio mangiavamo pane e cipolla”, “sì, anche io ho paura dei ragni, ma mica smetto di uscire”, “hai capito il bastardo che ha fatto? Mi ha detto che stava male e invece era in giro con gli amici, ma mo me vendico, altro che”), ciò che non riesco più a sopportare è la “soluzione accomodante” spacciata per la grande risoluzione del problema.

Roba che farebbe sembrare Freud il consulente psicologico di Paperopoli.

Prima rispondevo a tono, ora aspetto che finiscano di parlare, ci rifletto su e non dico nient’altro. Perché? Perché la loro soluzione è talmente chiara e semplice che non lascia spazio a controrisposte.

A: “Ho paura di vomitare, per questo evito di mangiare fuori. Se succede a casa, amen. Se succede fuori, oddio!!”
B:  “Per superarla devi mangiare ed uscire”

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Io devo, tu devi, egli deve

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (2)
3
Dec
2009

Ogni giorno ricevo e-mail e messaggi privati da persone che affermano più o meno la stessa cosa: “se raccontassi di questa mia paura, mi prenderebbero tutti per pazzo”.

Per me non è difficile capire i natali di questa paura, poiché, da quando ho aperto il blog su cui sto scrivendo, e da quando ho dichiarato apertamente di avere una relazione psicologica con uno psichiatra (al secolo Dr House), mi sono ritrovata a lottare contro silenzi e discorsi finto-premurosi partoriti da ex-amici che si sono allontanati dalla mia persona proprio perché avevano paura di farsi una brutta nomina, sia online che offline.

Gli stessi che tempestavano i loro profili, blog e social di frasi di stima per la morte della poetessa Alda Merini.

Quindi posso capire perfettamente cosa si prova quando ci si trova a dover combattere non solo per poter uscire dalle nostre paure, ma anche per difenderci da giudizi che spesso compromettono pesantemente la vita lavorativa e sociale di una persona.

Più vado avanti e più sono convinta che i giudizi, le critiche, le credenze che si rivolgono agli altri siano la dimostrazione di una mancanza di controllo sul proprio essere e sulla situazione stessa, allora si cerca di dominare la cosa ponendosi sopra le parti. Perché? Perché nel momento in cui ci si pone sopra le parti, ci si ritiene erroneamente immuni dall’influenza o dal potere che queste parti potrebbero avere su di noi, ma in verità abbiamo proprio paura che ci colpiscano senza avere la capacità di fermarle.
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La risposta giusta

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (0)
25
Nov
2009

Alcuni credono che avere un determinato tipo di sofferenza sia una sorta di specializzazione, qualcosa per cui tu ad un certo punto devi per forza conoscere la risposta a X domande “perché ne soffri da più tempo”. Così può capitare che entri in contatto con delle persone bisognose di una risposta. Una risposta immediata, risolutiva, la famosa risposta magica che indubbiamente tu non hai.

Ed è una cosa molto strana perché tu rispondi semplicemente alla domanda “come affronti la fobia?” dicendo “be’, guarda, io vado da un terapista molto bravo, mi sta aiutando parecchio”, e ti ritrovi con una controrisposta che suona più o meno così:”ah, ma sai, io credo di non aver bisogno del terapista, in fondo non è che non mangio fuori come te, ho SOLO paura delle influenze intestinali e di rimanere da solo senza i miei quando sto male”.

Risposte che si mostrano in tutta la loro assurdità, aggiungerei.

Allora ti chiedi quale risposta sarebbe passata come buona e giusta. Ma non ne vieni a capo perché hai ingaggiato una lotta mentale con persone che in vita loro hanno sempre preso strade secondarie, quelle meno dolorose, quelle meno introspettive, quelle che alla fine ti crollano dietro mentre le stai percorrendo.

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L’emetofobia non fa notizia

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (2)
20
Nov
2009

Pochi giorni fa, passando davanti una vaschetta con pesci, mi è caduto il pezzettino di giornale che stavo masticando con le mani. Era un frammentino, qualcosa che degli occhi ittici avrebbero potuto scambiare per mangime.

Nessuno dei cinque pesci presenti nella vaschetta ha dato importanza al pezzo di giornale. E lì ho capito. Anche ai pesci l’informazione italiana non piace, va loro di traverso, la evitano. E fanno bene.

In Italia, la parola “informazione” ha un senso vario ed eventuale. Quando si fa riferimento all’informazione bisognerebbe tenere sempre a mente le parole “dipende” e “a seconda”.

Dipende da quanto fa vendere una notizia. Dipende a chi dà fastidio la notizia.

A seconda del partito che guida la penna che scrive. A seconda degli interessi personali di chi scrive.

Dipende da tante cose. A seconda di tante cose.
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Nonostante tutto

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (5)
13
Nov
2009

Avevo scritto un altro post, in verità lo avevo anche pubblicato. Tempo cinque minuti l’ho cancellato, volutamente.

Parlavo delle difficoltà economiche che mi hanno portata a chiedere al Dr House uno sconto e la scrematura delle sedute. Qualcosa che mi ha umiliata profondamente, anche se lui è stato disponibile e attento a tutte le mie esigenze.

Ma se ho cancellato quel post vuol dire che non ne voglio parlare. Di soldi, intendo.

Oggi sono entrata nel forum sull’emetofobia e ho lasciato questo messaggio:

“Sto passando un periodo di vera miedda. Un periodo in cui sto portando alla luce tutto quello che la paura di vomitare aveva ben nascosto per dieci anni, forse 26.

Ma una cosa la so: sto morendo di paura, ma non sono triste e non mi sento una fallita.”

Ed è vero. Per la prima volta dopo anni, non mi dico “sei una fallita”, anche se all’apparenza io abbia più paure di prima.

C’è una cosa che non voglio fare mai più: la vittima.

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Impegno unidirezionale

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (1)
26
Oct
2009

Lo leggo spesso: “sono andato da X psicologi, ma non sono riusciti a guarirmi”.

Lo penso spesso:”non hai ritenuto nemmeno per un istante che forse sei tu a non prendere la terapia nel modo giusto?”

Non lo dico, non per paura, ci mancherebbe, ma perché sono abbastanza navigata da capire che un commento del genere verrebbe recepito come un cazzotto in un occhio già livido.

Prima di andare dal Dr House, ho avuto anche io le mie delusioni, poiché ritenevo che l’unico impegno era quello di sedersi, raccontare quanta paura mi faceva il vomito, aspettare l’oracolo, pagare e tornare a casa. Sapevo che in tutto questo c’erano delle discrepanze, tuttavia continuavo, perché per me era il massimo che potessi fare.

Toppavo. Di grosso, anche.

Il terapista non è una sibilla, è una lampada che ha il compito di illuminare cose che noi da soli non siamo riusciti a vedere all’interno della stanza in cui ci siamo rinchiusi. Gli occhi ce li dobbiamo mettere noi, ma se li teniamo chiusi, il terapista non può fare nulla.
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