Una sedia

Postato il September 17, 2009 da: Pikadilly | Categoria: Emetofobia | Lascia un commento

Ultimamente mi capita spesso di pensare al mio lavoro, alla sedia sulla quale ogni giorno faccio cadere un rinocerontico fondoschiena nella vana speranza di lavorare otto ore filate.

Posso dire che il mio lavoro l’ho scelto anche se non è affatto così, ma mi piace, quindi non posso affermare di fare qualcosa che odio e aborro. Tuttavia alcune volte, proprio per la non scelta, mi viene da pensare ai mille altri lavori che avrei potuto fare se un giorno non avessi imbroccato la via dell’emetofobia.

Nello scrivere questa frase mi sono chiesta se l’emetofobia non sia stata sempre e solo una scusa che si frapponeva giusta giusta tra me e le cose che in verità non ho mai avuto il coraggio di fare, poi però mi vengono in mente le volte in cui per uscire non mangio e sento quasi la fame, pronta a ricordarmi che  senza mangiare regolamente anche fuori casa, o comunque prima di uscire, ogni lavoro che mi porta lontana da questo pc è precluso.

Per quanto mi sforzi di dire che se una cosa la vuoi fare la fai lo stesso, devo ammettere che la prospettiva di arrivare a fine mese con la testa a mo’ di campo da golf e le costole schizzate fuori dalla pelle, be’, non è bella per niente.
L’ho passato nove anni fa e non voglio ripeterlo.

Sto leggendo il Grande Diario di Giovannino Guareschi (l’autore del Don Camillo, per intenderci), parla degli anni passati nei campi di concentramento tedeschi. Quando parla della fame, la indica con una sola lettera: la F.
La sua era una fame molto diversa dalla mia, ed è così che mi creo un senso di colpa che so non dovrei farmi: uomini e donne hanno resistito in quelle condizioni, senza mangiare, senza vivere…  e io? Non riuscirei davvero a resistere otto ore al giorno?

Sì, sì, ci riuscirei, l’ho fatto, ma non è così che deve andare. Non voglio costruirmi un personale campo di concentramento dove mi metto a dieta forzata. Come ho detto prima, non voglio arrivare a fine mese a implorare i capelli di non suicidarsi. Non voglio più farlo. Non voglio essere io il soldato tedesco.

Ieri, dal Dr House,  credo di aver provato ammirazione. Per lui, sì.
Lui è così appassionato, non è il classico dottore strozzato da una cravatta e dalla superbia. Lui sta lì, blocco per appunti, portamine, penna siamese, occhiali, chiavi, portafogli e cellulare “anni di piombo”  e non dice, domanda, ogni tanto, ma non dice, mostra e lo fa come non ho mai visto fare da nessuno. E ride, ride e pur non dando la confidenza che si riterebbe diritto umano di ogni paziente, ti mostra una dedizione che troppi suoi colleghi hanno chiuso nel cassetto preferendo le chiavi del bmw.

Sento di essere migliorata da quando sto andando da lui, lo sento perché sto più male di prima. Non è un male fine a se stesso, è un male consapevole, dato da un cambiamento che non avrei mai accettato.
Se ho vomitato senza farci un ricamo drammatico attorno è perché sono riuscita a vedere ciò che avevo davanti, qualcosa che prima di andare dal Dr House ritenevo impossibile da guardare, prima ero cieca in una stanza buia, ora, pian piano i miei occhi stanno diventando occhi di gatto, ma sono ancora abbastanza chiusi.  Il Dr House non mi ha dato nessuna formula magica, mi ha detto solo come aprire questi occhi.

E così, adesso che ho gli occhi un tantino aperti guardo lui, quello che fa, come lo fa con me, le espressioni, il modo di parlare, di muovere le mani, di ridere, già, soprattutto di ridere, perché mi piace quando ride. Non è ancorato ad una serietà terapisticamente corretta, quella del “famo i seri perché io so’ un dottore serio”; quella che ti ripianta nel giardino dei malati, del paziente, laddove tu non puoi fare passi avanti, non devi muoverti, devi lasciarti guardare da lui, dare tutto a lui e non tentare minimamente di avanzare verso la sua somma persona. Il Dr House non è così, anche se a volte ho il terrore che diventi una cassaforte. Altre volte, invece, vorrei riempirlo di domande e non lo faccio.

Pensando a tutto questo, mi è balenata in testa un’immagine: la sua sedia.
Quella sedia scomoda che lui occupa come se fosse una poltrona.

La sua sedia, io sarei in grado di occupare quella sedia?

E poi mi guardo allo specchio, il pc lampeggia, cade l’occhio sulla mia sedia, c’è un cuscino sopra.

L’ho voluta comoda.


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pikadillyNome? Francesca
Nick? Pikadilly
Età? Pervenuta per metà
Capelli? Castano andante
Occhi? verdi. Non fare quella faccia,è vero.
Ansie, paure...fobie? Emetofobia.
Cosa?: Emetofobia. Ok, parliamone.
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