No Psicoanalisi, please
Nemmeno ho cominciato a scrivere questo post e già mi sta lì.
Comunque dovrò digerire questa muffa e scriverlo lo stesso.
Sia chiaro: io ringrazio tutti quelli che mi contattano attraverso mail, social e forum per mostrarmi la loro solidarietà, ma devo necessariamente precisare le motivazioni che mi hanno invitata ad aprire il blog e che tutt’oggi mi spingono a portarlo avanti.
Informare.
Non sto cercando voci amiche o psicoanalisti improvvisati, ma solo di comunicare al mondo dei “normali” che c’è questa paura e che si chiama Emetofobia. Stop.
Il terapista ce l’ho, assomiglia a Tim Burton e lo chiamo House.
Con questo non voglio offendere chi mi ha mandato messaggi di amicizia e di appoggio, ma credo sia d’obbligo evidenziare che il mio scopo non è farmi compatire o trovare qualcuno che mi ascolti, semplicemente perché a) con la compassione non ci risuolo nemmeno le scarpe, b) gli amici che ascoltano li ho.
E’ estremamente importante non concentrarsi sul messaggero, ma sul messaggio.
Non so, forse sono io ad aver peccato con le parole, ovvero lasciando intendere di essere alla spasmodica ricerca di ascolto, ma posso assicurare che l’intento non è l’improduttivo sfogo, bensì informare, informare il più possibile affinché la questione Emetofobia non rimanga faccenda dei pochi che la vivono e che la dichiarano.
La dico come mi esce: il blog serve a me per parlare di Emetofobia e dei problemi ad essa legati, ma sono lontana secoli dal considerarmi una vittima o una persona castrata dalla fobia.
Per quanto paradossale, mi ritengo una persona libera. Anzi, io sono libera.
Aprendo questo blog, associandoci nome, cognome e faccia ho ampiamente dimostrato che mi sento libera di dichiarare la mia emetofobia senza paura d’esser presa per pazza, ad esempio.
So che è più facile ritenermi una persona triste che usa l’ironia per mascherare una profonda sofferenza dovuta alla vita “che vorrei ma che non posso avere”, tuttavia non è così che stanno le cose. Non mi sento un uccellino in gabbia o una persona impossibilitata a realizzare i propri sogni. L’Emetofobia limita i miei movimenti, ma io volo benissimo e di certo non basta l’Emetofobia per farmi rinunciare ai sogni. L’ironia è il mio mezzo per comunicare con il mondo, lei vivrebbe anche senza Emetofobia.
Alle volte, osservando le persone, o anche solo leggendole, mi rendo conto dell’esistenza di gabbie mentali che sono molto più intrappolanti di una fobia come la mia. Quelle persone mangiano, escono, lavorano, vanno in discoteca, ogni sera un evento, ecc., ma non riescono ad uscire dallo schema che le doverizzazioni sociali hanno creato loro intorno, vivono segregati in dettami e leggi che nessuno ha scritto, ma che comunemente si ritengono giuste perché è sempre stato così. Allora si sposano anche se non vogliono, fanno figli perché “se deve fa”, introiettano l’idea che l’amore è questo o quello e quindi si lasciano deliberatamente prendere a cofanate sulla testa, abbandonano sogni e desideri perché “ormai non c’ho più l’età” e mille altri comandamenti totalmente inesistenti che servono a rendersi volontariamente la vita un campo di bombe dormienti. Ci si illude di camminare su terreni tranquilli, ma quelle bombe sono lì e prima o poi esploderanno. Si arriva all’ultimo respiro chiedendosi se si è vissuti una vita voluta o se ci si è limitati a fumare una sigaretta di categoria Z, così, tanto perché non c’era niente di meglio o perché costretti da non si sa chi. Ed è in quel momento che ci si rende conto di invidiare quelle persone che sì, sono state male, ma che non si sono mai fatte imprigionare da niente e da nessuno.
L’emetofobia non è un carcere, è una possibilità. Per quanto io ne soffra, per quanto io abbia comunque un limitato campo d’azione, ho ben presente davanti a me anche il significato di tutto ciò: conoscere una Fran che senza emetofobia non avrei mai nemmeno incontrato, non prima di una certa età, almeno (e ciò non vuol dire “oh, che bello, ho l’emetofobia, mi diverto tanto!”).
Tutto questo mi fa pensare ad un’osservazione di Giovanni Guareschi riguardante la sua prigionìa nei lager tedeschi:
“Non si preoccupino i miei ventitré lettori: se vi parlerò della mia prigionìa, non lo farò per raccontarvi le solite storie di orrore o di martirio.
Io non sono un martire.
Io, fra i reticolati ci stavo benissimo. Tanto bene che quando vollero cavarmi fuori, rifiutai.
Ci stavo meravigliosamente bene perché ebbi la fortuna di incontrare fra i reticolati il tipo più simpatico e interessante del mondo. Un tipo che non avevo mai conosciuto e con il quale nacque una formidabile amicizia che tuttora dura.
Incontrai, insomma, me stesso e là imparari a stimarmi e a volermi bene”.
Certo, non posso paragonare la sua prigionìa alla mia, poiché la mia me la sono in qualche modo creata da sola (anche se su questo ce ne sarebbe da discutere), però la sostanza non cambia.
Non sto qui a parlarvi di quanto è brutto vivere con l’emetofobia, il mio scopo e mostrare cosa vive un emetofobico giorno per giorno.
E se quell’emetofobico sono io, be’, è un dettaglio.
Questo Post è stato scritto da:
Pikadilly
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