Il B.e.p. dell’emetofobico

Oggi mi sento molto Montezemolo. Senza soldi, però.
E’ da stamattina che parlo di grafici, di percentuali, di analisi swot e tutto quello che fa very marketing woman.

Ho ripreso in mano i miei libri sul tema e, mentre mi autoconvincevo di poter sistemare l’imprenditoria italiana con uno straccio da spolvero, ho incontrato un grafico che mi ha fatto pensare subito all’Emetofobia.

Si parla di B.e.p.

B.e.p non sta per Black Eyed Peas, bensì per Break Even Point (punto di pareggio). Attraverso l’analisi di spese e profitti, l’azdiena XY è in grado di stabilire le entrate e le perdite relative ad un determinato periodo.  Il B.e.p. si ha quando profitti e spese vanno in pari, mostrando così che in quel determinato punto (periodo) l’azienda non ha né guadagnato né perso soldi.

Per dirla breve, prendo un gratta e vinci da due euro e vinco due euro: non ho né guadagnato né speso, ma ho avuto la possibilità sia di incrementare i miei guadagni (vincendo) sia di perdere i due euro puntati (spese).

E’ un metodo che può praticamente essere rapportato a tutto. E secondo voi, potevo perdere l’occasione di applicarlo anche all’emetofobia? Certo che no. Come quando utilizzai l’analisi Swot per chiarire ad House concetti che non sapevo spiegare altrimenti, ricevendo da lui un’occhiata stremata che voleva dire qualcosa tipo “mi denunceranno se l’appendo al muro?”

Ho adattato questo B.e.p. all’emetofobia in una maniera un po’ insolita, ovvero processando il livello marginale di sopportazione che l’emetofobico deve superare prima di decidersi a fare qualcosa.

Nel libro di Cesare Sansavini, L’arte di vendere (libro dal quale ho tratto il grafico che sto per pubblicare senza vergogna), si parla dei bisogni del cliente.

Cito: “La molla che stimola un cliente all’acquisto è una certa insoddisfazione (bisogno) che ha superato il proprio livello marginale (b.e.p.).”

E’ così anche per chi soffre di patologie fisiche o psicologiche.
Sopporto il dolore finché questo non scavalca la linea marginale di sopportazione (qui bisognerebbe anche parlare di principio di realtà:  l’uomo sopporta il dolore nell’aspettativa di un grande piacere futuro. Ma per ora lasciamolo perdere).

Molto spesso, ci si decide a fare qualcosa solo dopo aver superato il margine di sopportazione: il cliente acquista, il malato si cura.
La linea di sopportazione cambia da persona a persona, ognuno ha i suoi parametri per giudicare quando non ce l’ha fa più.

Ma passiamo al grafico:

La linea A indica il livello teorico di sopportazione. Diciamocelo senza troppi vabbenismi: nessuno sopporta al 100% l’emetofobia, anche se è in forma lieve. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno di chiamarla sopportazione né ci si troverebbe di fronte un problema.

La linea B indica il livello di sopportazione che oscilla. Sentiamo l’insopportabilità più intensamente quando ci si allontana dalla linea A. Ogni giorno abbiamo un grado variabile di sopportazione, un sali e scendi tra A e C.

La linea C indica il livello marginale di sopportazione. Superata la linea C la nostra sopportazione è a limite dell’esasperazione. Qui avvertiamo pesantemente il problema, ci rendiamo conto delle forti ripercussioni sulla nostra vita. In questa zona incontriamo una biforazione: curarsi o lasciarsi andare aspettando che la linea B ritorni accanto il più possibile alla linea A.

Laddove il venditore deve capire il livello di insoddisfazione del cliente rispetto ad un prodotto, e in quali casi la linea B s’incrocia con la C, l’emetofobico dovrà capire, invece, in quali punti, o in seguito a quali episodi, pensieri, scenari immaginativi, la spezzata B incontra e supera la linea C.

Questo è possibile solo dopo un’attenta osservazione di situazioni e pensieri che stuzzicano la paura o la pippa mentale, ovvero quegli elementi (pensieri, sensazioni, ecc.) che si presentano prima che la paura o la pippa abbiano luogo.
Nel punto in cui B amoreggia con C fanno camping tutti quegli eventi attivanti ai quali non si fa caso se non quando ormai B è già andato oltre C.

Una volta superata la linea C siamo in un sentiero di carboni ardenti, qualsiasi cosa facciamo per andare avanti sembra farci male, vogliamo solo tornare il più possibile verso la linea A, ben consapevoli che sopportare è un contentino rispetto a ciò che potremmo trovare cambiando “prodotto”, ovvero scegliendo di fare concretamente qualcosa affinché non ci sia più bisogno di parlare di “sopportare l’emetofobia”, ma di “uscita dall’emetofobia”.

Io ho scelto di non vivere zigzagando tra la linea A e la linea C, anche se mi rendo conto che il sollievo di tornare vicino alla linea A ha un’attrattiva paragonabile a quella di una sacher per un diabetico. Tuttavia,  la scelta sarebbe dettata dalla mia paura di non riuscire a superare l’emetofobia, paura che sto ampiamente abbandonando lungo il cammino.

E questo è quanto. Spero che la mia spiegazione sia stata abbastanza potabile.

Be’, in conclusione posso dire che mi piace combinare i princìpi del marketing all’emetofobia. Già mi ci vedo: tacco dodici e ventriquattrore nera, altro che ciavatte infradito e Pronto Legno Vivo Spray. :D

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6 thoughts on “Il B.e.p. dell’emetofobico

  1. Mirko

    Pika,la tua ironia è disarmante.
    Non capisco come mai un blog come questo riceva così poche risposte.Sei veramente un esempio per tutti quelli che soffrono di emetofobia!Continua così!

  2. Pikadilly

    Grazie a te, Vale!! ;)

    Mirko,
    che dire? Grazie mille. Ricevo poche risposte perché non cado nel vittimismo più becero. O forse non sono molto simpatica, non saprei. ;)

    I commenti che ci sono mi fanno strafelice ogni giorno di più. Mi basta sapere che questo blog serva a qualcosa. ;)

  3. Angelica

    Ad un certo punto della spiegazione non ti ho più seguita..ma non è colpa tua.E’ che io e il marketing proprio non ci pigliamo!!Fantastica come sempre però…
    Con affetto,baci

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