Rianimazione
Certe volte non riesco a ironizzare sulla relazione tra me e l’Emetofobia.
Lei mi ha strappato dalle mani i vent’anni, come se fossero giocattoli troppo pericolosi per me.
Non posso fare a meno di chiedermi dove sarei ora se io e lei non ci fossimo incontrate quel pomeriggio di Maggio.
Cosa sarei? Chi sarei? Avrei una laurea? Un’agenda piena di pranzi e cene di lavoro? Sarei la mocciosa che ho lasciato 9 anni fa insieme alla tranquillità di mangiare?
Quando queste domande battono i piedi per avere risposta, io mi sento profondamente responsabile, perché le ho generate io, in fondo. Non ho scelto l’Emetofobia, questo no, ma forse non sto facendo abbastanza per salutarla.
Sono così stanca di rianimare la mia vita.
Passano gli anni e comincio a rendermi conto di aver trascorso tutta l’esistenza cercando di farmi respirare. Mi chiedo se io abbia mai respirato, anche solo un secondo, senza cominciare a tossire e a sputare problemi ovunque.
Non lo so.
Vorrei solo dedicare alla vita un po’ del tempo che dedico cercando di riprendermela.
Forse quando morirò sarò orgogliosa di me o forse il mio letto sarà pieno di piccoli rimpianti che mi pizzicheranno la pelle impedendomi di morire serenamente.
Da piccola sognavo tutt’altro per me. In verità anche adesso, ma adesso il futuro mi spaventa.
Dovrò tornare ad ironizzare sulla relazione tra me e l’Emetofobia, se no rischio di mandarmi a fanculo. Ora non ho proprio la forza di sedare le risse intestine tra la me incazzata e la me rassegnata.
Solo adesso mi accorgo della presenza di foglie sulle dita degli alberi.
Anche gli alberi si rianimano ogni anno.
Una Pikadilly per casa
O
ggi un amico mi ha chiesto chi ha partorito il mio nick. Nel raccontargli della mia gatta Pikadilly, non ho potuto fare a meno di pensare all’Emetofobia.
Perché Pikadilly, la micia, c’entra tanto con la mia Emetofobia.
Ho incontrato Pikadilly quando ancora era una gatta in edizione tascabile. Il colpo di fulmine avvenne nell’estate del 2002 e l’Emetofobia, che ancora per me era una pazzia senza nome, comandava un esercito di paure che mi facevano vivere i 19 anni da reclusa libera.
Mangiavo poco, disegnavo tanto. Volevo morire e sopravvivere per vedere la mia stessa morte.
Era luglio, mentre le mie coetanee se ne stavano in spiaggia o a limonare con qualche bel ragazzo, io stavo da mia zia a disegnare storie. Ad un certo punto arrivò mio fratello annunciando di aver trovato un micio morto sul marciapiede.
Lasciai le mie matite e corsi in strada, la catena della paura quel pomeriggio si concesse una licenza e mi permise di raggiungere il micio senza terrorizzarmi troppo.
Sulla scena del crimine trovai un cadavere di pochi centimetri, solo che respirava e muoveva la testa.
Non so dove andò a pescare la forza, visto com’era ridotto, ma riuscì a lanciare il suo segnale miagolando nella mia direzione.
Lo presi con cautela e, cercando di non frantumarlo, lo portai a casa.
A chi faccio gli Auguri?
Oggi è la festa del…dei padri.
Mi verrebbe da dire ecchissene, ma se scrivo questo post vuol dire che l’argomento non mi lascia tanto indifferente, e come potrebbe?
Sì, be’, mi manca una persona a cui dedicarli, questi auguri. Ma di certo non la persona che biologicamente dovrebbe riceverli da me.
Eh no.
Perché se esiste questo blog è anche grazie a lui, vorrei dire soprattutto a lui, ma sarei ingiusta…nei confronti degli altri, di quelli che per 26 anni si sono impegnati al massimo affinché la mia vita si riducesse ad un cumulo di paure da smistare e affrontare. Quindi, i ringraziamenti vanno un po’ a tutte queste persone, oltre che a lui.
A chi faccio gli auguri, quindi?
Ai padri degli altri. Come è sempre stato.
Auguri, Padri degli altri.
Auguri anche a quei padri felici di diventare o di essere padri.
Ma non a lui. Questo è sicuro.
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