Non ti ho abbandonato
Questo blog mi sta chiamando maledicendo ogni minuto me e la mia negligenza nei suoi confronti.
Nel rallegrarmi per la venuta di settembre non avevo calcolato che con lui sarebbe arrivato anche il lavoro, e se fino a ieri potevo sollazzarmi nel decidere cosa scrivere, ora devo assolutamente mettermi a lavorare.
C’è un Dr House che va pagato e un debito che fermenta ogni giorno di più. Non vorrei proprio ritrovarmi a uscire dall’emetofobia per entrare nel giro dei cravattari, con la conseguenza di non uscire più di casa non per paura di vomitare, ma di essere uccisa a legnate sulle gengive.
C’è da dire che ne sto accumulando di cose da scrivere, ma per ora sono sole bozze che galleggiano poco convinte da parte a parte del mio cervello, voglio dire, di spazio là dentro ce n’è in abbondanza, stanno comode. Loro.
Comunque sì, sono ancora emetofobica, o meglio, ho ancora l’emetofobia. Lo dico per rispondere ad una mail di una ragazza convinta della mia uscita dall’emetofobia: non vedeva nuovi post e allora ha pensato che ormai non avevo più nulla da dire in merito.
Anche se domani dovessi andare al ristorante e mangiare cinghiale e strage di mare, il blog non chiude. Questo blog non parla solo di emetofobia, ma di comportamenti umani che spesse volte sono più assurdi dell’emetofobia stessa. Insomma, ormai ho iniziato e non voglio assolutamente smettere.
V’è toccata.
Gruppo Emetofobia su Facebook
Con questo post vorrei segnalare a tutti il nuovissimo gruppo sull’Emetofobia nato su Facebook, il gruppo nasce dalla voglia di informare il mondo riguardo l’esistenza della paura di vomitare.
L’idea non è stata mia (dice:”figuramise”), ma di una ragazza che frequenta il forum sull’Emetofobia: Angelica.
(Io lo avrei chiamato subito “gruppo sulla vomitofobia” alienandomi definitivamente il buon senso. )
Grazie a questo gruppo potremo usufruire di Facebook per comunicare più facilmente con il mondo dei normovomici affinché si propali il verbo e l’Emetofobia faccia outing, per il bene del genere emetofobico che ancora si nasconde sotto le fratte per paura di essere preso per pazzo o per pippomane (“te fai troppe pippe mentali”).
Viaggi: questi sconosciuti
In tempo di vacanze e di spiagge che profumano di Bilboa Carrot e panini con le cotiche, mi viene sempre una certa inquietudine.
Vivo sul mare, quindi tanti problemi su dove andare in vacanza non me li faccio. A dirla tutta, non me li sarei potuta fare comunque. I problemi su dove andare in vacanza li lascio A) a chi ha i soldi per andare in vacanza, B) a chi mangia fuori casa senza farsi prendere dalla sindrome dell’”oddio, mo vomito”.
Niente vacanze. Mai, mai nella vita.
C’è chi mi ha chiesto se fosse vero, se veramente io non sono mai andata in vacanza: è vero, tristemente vero.
E’ vero anche che odio profondamente la vita del turista, ma è anche vero che non ho scelta di fare o non fare la turista: niente vacanza, quindi niente vacanza da turista.
Purtroppo faccio parte di quella cerchia ristretta di persone che sono emetofobiche tutto l’anno e non solo quando c’è da andare a scuola o a lavorare, quindi anche in piene holidays ho i miei giramenti di fobia e non vado né a Capracotta né alle Hawaii ad agitare le chiappe insieme ai ballerini autoctoni.
E lo ammetto, mi manca questa possibilità di scelta.
Qualche tempo fa, dopo un’esternazione simile, mi vennero rivolte testuali parole: “il vero viaggio è quello che fai dentro te stessa”.
Mi sono sempre domandata una cosa: ma queste frasi da dove vengono tirate fuori, dalla “Psicologia secondo Giovanni Rana”?
Pikadilly (la gatta) non è naturafobica
Prima di iniziare questo post, vorrei scusarmi con chi avrebbe voluto scrivere la propria storia nel blog e non ha potuto farlo. Colpa mia. Quando ho cambiato grafica ho mangiato (e digerito) un link importantissimo: quello per iscriversi al blog.
Ok, potete prendermi a craniate sul torace o farmi mangiare sotto minaccia una cofana di ostriche del sedicesimo secolo. Sarete giustificati.
(Un Grazie a Marta Lafinez per avermi involontariamente fatto notare la mancanza del link per la registrazione
)
Ok, passiamo al tema del giorno: la naturafobia.
In questi giorni sto leggendo un libro molto simpatico, si chiama “Alla ricerca delle coccole perdute” di Giulio Cesare Giacobbe.
L’ho fatto subito mio dopo aver letto proprio la parola “naturafobia”.
L’autore, che è anche uno psicologo, con questa parola si riferisce a quelle persone che hanno denaturalizzato i propri animali, impedendo loro di comportarsi istintivamente (ovviamente non è riferito solo agli animali, anzi).
Esempio tipico: il gatto d’appartamento che si fa le unghie sul divano viene rimproverato per aver distrutto la tappezzeria. Il micio, costretto dall’uomo a vivere in un ambiente artificiale, ha solo seguito il suo istinto di farsi unghie, uno dei pochi istinti rimasti al gatto di città.
L’autore chiama queste persone “naturafobiche”.
Illuminazione.
Figli di una fobia minore
Ok, è passato esattamente un mese e mezzo, quindi mi prendo il diritto di essere un bel po’ incazzata. E visto che ci sono, mi prendo anche la briga di farlo sapere a tutti.
Perché soffio e gonfio i peli?
Perché un mese e mezzo fa scrissi una email ad una nota rivista di salute, l’argomento era, ovviamente, l’Emetofobia.
Non mi aspettavo di venire ricontattata dal sua maestà il direttore, ma almeno di ricevere una risposta tipo “no, grazie, non compriamo nulla”.
Fin qui mi sarebbe andato anche bene, non rispondono, amen. La cosa che mi fa crescere i pidocchi nelle vene è che, per tutta risposta, nella rivista hanno trattato, per la miliardesima volta, l’argomento “aracnofobia”. E non è finita. Stavolta, superando se stessi, hanno parlato di…brontofobia!
Ok, calma, mi sono detta, calma e shampoo anti pidocchi. Qui ci deve essere una spiegazione, anche se il Dr House mi ha detto di non cercare troppi perché.
Allora ho formulato alcune possibili spiegazioni sui perché, nonostante i nostri sforzi, nessuno ci si incula (scusate il francesismo):
1) Puzziamo: magari pensando sempre al vomito finiamo per puzzare di vomito e quindi meglio evitarci.
2) E’ possibile vivere senza mangiare, ma è assolutamente, categoricamente, ma mancoadillooapensallo impossibile vivere con la paura dei ragni e dei tuoni.
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Marketing in analisi
Lo ricordo come se fosse ieri. Ricordo l’odore, la forma, la consistenza, il numero di pagine, la copertina, il prezzo, il font usato per scrivere testi e titoli, ricordo tutto di quel libro, ma non il titolo.
Capita.
Comunque, parlo del mio primissimo libro sul Marketing. Be’, non proprio mio, in verità era della biblioteca, ma per venti giorni è stato il mio tesssorooo.
Dopo averlo letto e imparato, credevo di essere venuta a conoscenza dell’ubicazione esatta del Santo Graal. Mi sentivo pronta per diventare una vera donna di marketing, una di quelle che a fine giornata buttano i documenti nel cestino e montano sulle moto per correre a brindare con l’aperol. Ecco, mi sentivo esattamente così.
Per circa un anno ho vissuto con la granitica convinzione che, grazie al marketing, avrei avuto un’esistenza lavorativa più ordinata e di sicuro successo: cazzata.
Purtroppo, essendo venuta al mondo senza una precisa analisi di mercato dietro, era inevitabile avere un carattere poco incline a sviscerare punti di forza, debolezze, opportunità e minacce davanti alle più gravose decisioni, quali “con o senza ali?”, “croccantini di pollo o salmone?”.
Così ho archiviato i libri e ho continuato a vivere d’istinto.
Ecco perché sono senza lavoro.
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Aspettative e giudizi
Prima di diventare la compagna fissa del venerdì del Dott. House, pensavo di essere immune dai giudizi delle persone. Non sbagliavo.
Non sbagliavo perché (se il Dott. House leggesse, punterebbe i suoi occhi da sparo sul quel perché) non mi sono mai limitata per timore di essere giudicata strana o fuori dalle regole. Vedevo, e vedo gli sguardi della gente se indosso un cappello fuori dal comune o il mio fidato cipollino (orologio da taschino), ma ci sono abituata: non giudico loro né me. Ci mancherebbe.
Tuttavia mi sono sempre chiesta: perché allora non voglio vomitare davanti le persone? Se non è il giudizio, cos’è?
Il Dott. House, che ne sa sempre cinque più di Suor Germana, mi ha fatto indirettamente ragionare su un altro punto di vista, o meglio, su un altro “sentimento” che ci riguarda quando siamo a contatto con gli altri: l’aspettativa.
Siamo così affaccendati dietro ai giudizi che non dedichiamo mai attenzione alle aspettative delle persone, anche se sconosciute.
Cosa si aspetta da me? Si aspetta che mi metta a ballare sul tavolo con una penna di piccione in testa urlando: “Chiamatemi Pocahontas”? O che non gli vomiti sulle scarpe?
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