La risposta giusta
Alcuni credono che avere un determinato tipo di sofferenza sia una sorta di specializzazione, qualcosa per cui tu ad un certo punto devi per forza conoscere la risposta a X domande “perché ne soffri da più tempo”. Così può capitare che entri in contatto con delle persone bisognose di una risposta. Una risposta immediata, risolutiva, la famosa risposta magica che indubbiamente tu non hai.
Ed è una cosa molto strana perché tu rispondi semplicemente alla domanda “come affronti la fobia?” dicendo “be’, guarda, io vado da un terapista molto bravo, mi sta aiutando parecchio”, e ti ritrovi con una controrisposta che suona più o meno così:”ah, ma sai, io credo di non aver bisogno del terapista, in fondo non è che non mangio fuori come te, ho SOLO paura delle influenze intestinali e di rimanere da solo senza i miei quando sto male”.
Risposte che si mostrano in tutta la loro assurdità, aggiungerei.
Allora ti chiedi quale risposta sarebbe passata come buona e giusta. Ma non ne vieni a capo perché hai ingaggiato una lotta mentale con persone che in vita loro hanno sempre preso strade secondarie, quelle meno dolorose, quelle meno introspettive, quelle che alla fine ti crollano dietro mentre le stai percorrendo.
L’emetofobia non fa notizia
Pochi giorni fa, passando davanti una vaschetta con pesci, mi è caduto il pezzettino di giornale che stavo masticando con le mani. Era un frammentino, qualcosa che degli occhi ittici avrebbero potuto scambiare per mangime.
Nessuno dei cinque pesci presenti nella vaschetta ha dato importanza al pezzo di giornale. E lì ho capito. Anche ai pesci l’informazione italiana non piace, va loro di traverso, la evitano. E fanno bene.
In Italia, la parola “informazione” ha un senso vario ed eventuale. Quando si fa riferimento all’informazione bisognerebbe tenere sempre a mente le parole “dipende” e “a seconda”.
Dipende da quanto fa vendere una notizia. Dipende a chi dà fastidio la notizia.
A seconda del partito che guida la penna che scrive. A seconda degli interessi personali di chi scrive.
Dipende da tante cose. A seconda di tante cose.
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Nonostante tutto
Avevo scritto un altro post, in verità lo avevo anche pubblicato. Tempo cinque minuti l’ho cancellato, volutamente.
Parlavo delle difficoltà economiche che mi hanno portata a chiedere al Dr House uno sconto e la scrematura delle sedute. Qualcosa che mi ha umiliata profondamente, anche se lui è stato disponibile e attento a tutte le mie esigenze.
Ma se ho cancellato quel post vuol dire che non ne voglio parlare. Di soldi, intendo.
Oggi sono entrata nel forum sull’emetofobia e ho lasciato questo messaggio:
“Sto passando un periodo di vera miedda. Un periodo in cui sto portando alla luce tutto quello che la paura di vomitare aveva ben nascosto per dieci anni, forse 26.
Ma una cosa la so: sto morendo di paura, ma non sono triste e non mi sento una fallita.”
Ed è vero. Per la prima volta dopo anni, non mi dico “sei una fallita”, anche se all’apparenza io abbia più paure di prima.
C’è una cosa che non voglio fare mai più: la vittima.
Impegno unidirezionale
Lo leggo spesso: “sono andato da X psicologi, ma non sono riusciti a guarirmi”.
Lo penso spesso:”non hai ritenuto nemmeno per un istante che forse sei tu a non prendere la terapia nel modo giusto?”
Non lo dico, non per paura, ci mancherebbe, ma perché sono abbastanza navigata da capire che un commento del genere verrebbe recepito come un cazzotto in un occhio già livido.
Prima di andare dal Dr House, ho avuto anche io le mie delusioni, poiché ritenevo che l’unico impegno era quello di sedersi, raccontare quanta paura mi faceva il vomito, aspettare l’oracolo, pagare e tornare a casa. Sapevo che in tutto questo c’erano delle discrepanze, tuttavia continuavo, perché per me era il massimo che potessi fare.
Toppavo. Di grosso, anche.
Il terapista non è una sibilla, è una lampada che ha il compito di illuminare cose che noi da soli non siamo riusciti a vedere all’interno della stanza in cui ci siamo rinchiusi. Gli occhi ce li dobbiamo mettere noi, ma se li teniamo chiusi, il terapista non può fare nulla.
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Guerra tra poveri…
Si dice così quando ci si scanna per una scodella di riso o quando si è dal paninaro e si belligera per reclamare il diritto di precedenza sull’ultima ciriola:
“Io l’ho chiesta per prima”
“Ma io l’ho vista per prima”
Si dice così per tante altre cose che coinvolgono coloro i quali dovrebbero fare gruppo contro ingiustizie e prevaricazioni. Di guerre tra poveri ce ne sono parecchie ogni giorno.
Il post che sto per scrivere può sembrare cattivo, impertinente, discriminatorio, ma mi si permetta, dopo dieci anni, di non essere politicamente corretta, vabbenista e tollerante perché, per come la si guardi, nella vita si fanno delle scelte che non possono essere pagate dagli altri. Mi rendo conto che quello che è avvenuto qualche mese fa è stata l’ennesima guerra tra poveri nata e morta lì, davanti un banchetto per le offerte.
Quel giorno ero alla ricerca di un ufficio, mi girava la testa perché per due giorni di fila ero dovuta uscire stando fuori casa fino alle sette di sera, questo per me significava, e purtroppo significa ancora, non mangiare e bere per ore e ore. Non ero al mio top, così, un po’ per la fame, un po’ per le decisioni prese quel giorno, ero incazzata come un black mamba. Avevo praticamente la schiuma alla bocca quando una signorina tutta piercing e tatuaggi si avvicinò con una penna in mano e mi domandò, con un accento da centro sociale:
“Ti va di donare qualcosa per la nostra comunità?”
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Una sedia
Ultimamente mi capita spesso di pensare al mio lavoro, alla sedia sulla quale ogni giorno faccio cadere un rinocerontico fondoschiena nella vana speranza di lavorare otto ore filate.
Posso dire che il mio lavoro l’ho scelto anche se non è affatto così, ma mi piace, quindi non posso affermare di fare qualcosa che odio e aborro. Tuttavia alcune volte, proprio per la non scelta, mi viene da pensare ai mille altri lavori che avrei potuto fare se un giorno non avessi imbroccato la via dell’emetofobia.
Nello scrivere questa frase mi sono chiesta se l’emetofobia non sia stata sempre e solo una scusa che si frapponeva giusta giusta tra me e le cose che in verità non ho mai avuto il coraggio di fare, poi però mi vengono in mente le volte in cui per uscire non mangio e sento quasi la fame, pronta a ricordarmi che senza mangiare regolamente anche fuori casa, o comunque prima di uscire, ogni lavoro che mi porta lontana da questo pc è precluso.
Per quanto mi sforzi di dire che se una cosa la vuoi fare la fai lo stesso, devo ammettere che la prospettiva di arrivare a fine mese con la testa a mo’ di campo da golf e le costole schizzate fuori dalla pelle, be’, non è bella per niente.
L’ho passato nove anni fa e non voglio ripeterlo.
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Questione di carattere
Manca poco all’entrata ufficiale dell’autunno, ma vedo che le foglie sono giunte al pensionamento, ergo l’estate è quasi finita.
Mi dispiace.
Sì, come quando la Lazio perde.
Con l’arrivo dell’autunno, capitombolano sulle nostre capocce le tanto temute influenze di stagione e soprattutto lei, la Bin Laden del fondamentalismo emetofobico: l’influenza intestinale.
In questo periodo si parla tanto di febbre suina; ogni giorno i tg allarmano la popolazione annunciando nuovi contagi, nuovi morti, morti vivi, vivi morti, vaccini e contro vaccini e intanto, mentre al supermercato le casalinghe si mettono una mano sulla bocca quando passano davanti alle confezioni di Suillo, gli emetofobici aizzano l’attenzione contro il basso ventre, alla spasmodica ricerca del sintomo sordo.
“Oddio, ieri sera dopo aver mangiato un silos di cozze e ostriche pescate nel porto di Genova, ho sentito un leggero tumulto allo stomaco: avrò preso l’influenza intestinale?”
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