Aridatime House 2

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (8)
13
Mar
2010

Conto i mesi.
Conto le settimane.
Conto i giorni.
Momenti conto pure le ore e i minuti che sono passati dall’ultimo incontro con House.

Che stress, anche se devo ammettere di non passarmela così male. Pensavo di assistere ad una regressione dell’emetofobia, e invece mi sento in qualche modo meglio. Sono meno…sono più… Ok, non lo so spiegare, sono cambiamenti impercettibili dall’esterno, ma dentro qualche placca si è spostata, ci sono movimenti tellurici che mi stanno facendo vivere la pausa di riflessione da House meno drammatica di quanto mi aspettassi. :D

Niente polpettoni polacchi o scene da fondo di manicomio, almeno fino a questo momento. Però lo devo amettere: House mi manca.
Come curivendolo, intendo.

Quell’oretta con lui era una sorta di premio per il mio cervello. Avete presente  quando i cani rotolano su se stessi e il padrone li premia? Eh, io ero così. Per tutta la settimana rotolavo su me stessa e alla fine House mi dava il biscottino. (Ehm…sì, mi rendo conto che detta in questo modo la faccenda potrebbe essere fraintesa…)

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La nausée

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (11)
25
Feb
2010

Parliamone.
Sì, di lei, della sensazione fisica più provata dagli emetofobici di tutto il mondo: la nausea.

L’argomento non è bellissimo, lo so, tuttavia credo che molti concorderanno con me nel ritenerla come l’inquilina onniciabattante-e-urlante del piano di sopra. Una rottura di blini 24h su 24, in pratica.

Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza, ma sono sicura che quella dei miei “colleghi” non sia tanto diversa.

Ecco la colazione tipo.

La mattina mi sveglio ascoltando il cinguettio degli uccellini? NO, manco per niente. Mi sveglio a suon di contorcimenti esofagei. Cosa mai saranno? Ma è ovvio, sono le parole della nausea!

Mi alzo constatando subito la situazione: dove mi trovo, quanti anni ho, quanti anni mi devo togliere se mi dovessero chiedere quanti anni ho, se ho ancora i capelli in testa e dove è il bagno.
Sì, il bagno, perché potrebbe essere la stanza più visitata della casa, quindi conoscere perfettamente la sua ubicazione mi aiuterà nella possibile corsa ad ostacoli che farò dopo il primo temutissimo conato.

Cioè, uno dei primi pensieri che ho la mattina non riguarda il come fare i soldi o l’altezza dei tacchi da indossare per andare al colloquio del lavoro fighetto, no, riguarda il cesso!
E vabbe’.

Stabilito il piano d’azione della giornata, che consiste in “se mangio non esco…che faccio? Mangio o esco? Ok, mangio..”, mi trascino verso l’armadietto del cess.

Fatta la dovuta sveltina con il pettine, arriva il momento dello spazzolino e del dentifricio. Scatta la domanda dell’Io emetofobico: “il sapore del dentifricio non farà incazzare la nausea?”
Scatta la risposta dell’Io ancora sano di mente: “ricordi quando il dentista ti ha detto sadicamente che il vostro non era un addio, bensì un arrivederci?”
Ok. Scatta la lavata di denti.
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Il B.e.p. dell’emetofobico

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (6)
18
Feb
2010

Oggi mi sento molto Montezemolo. Senza soldi, però.
E’ da stamattina che parlo di grafici, di percentuali, di analisi swot e tutto quello che fa very marketing woman.

Ho ripreso in mano i miei libri sul tema e, mentre mi autoconvincevo di poter sistemare l’imprenditoria italiana con uno straccio da spolvero, ho incontrato un grafico che mi ha fatto pensare subito all’Emetofobia.

Si parla di B.e.p.

B.e.p non sta per Black Eyed Peas, bensì per Break Even Point (punto di pareggio). Attraverso l’analisi di spese e profitti, l’azdiena XY è in grado di stabilire le entrate e le perdite relative ad un determinato periodo.  Il B.e.p. si ha quando profitti e spese vanno in pari, mostrando così che in quel determinato punto (periodo) l’azienda non ha né guadagnato né perso soldi.

Per dirla breve, prendo un gratta e vinci da due euro e vinco due euro: non ho né guadagnato né speso, ma ho avuto la possibilità sia di incrementare i miei guadagni (vincendo) sia di perdere i due euro puntati (spese).

E’ un metodo che può praticamente essere rapportato a tutto. E secondo voi, potevo perdere l’occasione di applicarlo anche all’emetofobia? Certo che no. Come quando utilizzai l’analisi Swot per chiarire ad House concetti che non sapevo spiegare altrimenti, ricevendo da lui un’occhiata stremata che voleva dire qualcosa tipo “mi denunceranno se l’appendo al muro?”

Ho adattato questo B.e.p. all’emetofobia in una maniera un po’ insolita, ovvero processando il livello marginale di sopportazione che l’emetofobico deve superare prima di decidersi a fare qualcosa.
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Aridatime House

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (0)
11
Feb
2010

Davanti una foto di Tim Burton: “assomiglia ad House!”
Davanti una ricevuta: “ah, pure House mi faceva le ricevute!”
Davanti  una penna verde in cartoleria: “uh! La penna che usava House!”
Davanti la vetrina di un negozio cinese: “guarda, quel maglioncino ce l’aveva pure House!”
Davanti la vetrina di un ottico: “anche House portava gli occhiali, ma si vergognava a metterli…”
Davanti un SH 125 nero: “quello è uguale allo scooter di House!!”
Davanti una foto di Bruno Vespa:”anche House lo odiava!”
Davanti un negozio di divani:”questo divano ha lo stesso colore di quelli che c’erano nella sala d’aspetto di House!”
Davanti agli uomini senza capelli: “anche House aveva una pista da sci sulla testa…”
Davanti un perché:”House mimava un ghigno di dolore quando dicevo un perché…”
Davanti a Dr House Medical Division: “House non sei tu!! Vai via, impostore zoppicante!”

…sono ancora recuperabile…Aridatime House!!! :D

I bambini dell’Africa

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (4)
5
Feb
2010

A tutti quelli che hanno palesato la propria emetofobia sarà capitato di sentirsi dire: “pensa ai bambini dell’Africa, quelli non hanno niente da mangiare, e tu rifiuti il cibo per una stupida paura”.

Ecco, parliamo di questi ipercitati bambini dell’Africa che diventano il termine di paragone per misurare la nostra estrema stupidità nell’avere paura di vomitare.

La prima volta che qualcuno mi ha presentato i bambini dell’Africa è stato quando ho detto a scuola di non avere luce e acqua calda in bagno.
“Luciani, pensa ai bambini dell’Africa” mi disse la professoressa.
La seconda, me lo ricordo bene, mi vennero messi sul piatto da un medico:
“Da quanto non mangia? 3 Mesi? Ah, ma pensi ai bambini dell’Africa, quelli non mangiano mai…”

Fino a qualche tempo fa, quando raccontavo della mia emetofobia, non mancavo mai di eplicitare la mia posizione di privilegio rispetto ai bambini dell’Africa, come se fosse mio dovere non angosciarmi se per due giorni di fila non mangiavo nulla, come se non avessi il diritto di stare male, o peggio, di sentirmi debole e affamata.
Poi mi sono resa conto che la storia dei “bambini dell’Africa” non solo è una doverizzazione terribilmente lesiva, ma anche un falsissimo senso di colpa che spesso non viene seguito da nessun fatto concreto. Serve solo a sentirsi meno sfigati.

Perché:

A) Non è pensando che si riempe loro lo stomaco
B) Crea dei sensi di colpa e delle doverizzazioni che vanno dal “devo stare bene perché in fondo non sto messa come i bambini dell’Africa”, “mi sento in colpa: io ho il cibo e lo rifiuto, i bambini dell’Africa non hanno niente”, ecc.

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Con un House in meno

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (5)
2
Feb
2010

Venerdì ho salutato House.
Come sono riuscita a non trasformare lo studio in una vasca di lacrime non lo so. Ma tant’è, alla fine sono riuscita ad uscire sulle mie gambe.
Certo, lui non mi ha aiutata. Poteva fare qualcosa per dimostrarmi che non gliene fregava niente della mia dipartita terapistica, che, anzi, per lui era un sollievo non avermi più tra gli appuntamenti del venerdì. Invece no, mi ha esplicitamente mostrato di esserne dispiaciuto e amareggiato.

Quando vieni tranquillamente e felicemente abbandonato da chi ti ha messo al mondo, ti aspetti che nessuno si dispiaccia se ad un certo punto sei tu a toglierti di torno. E’ più facile preventivare un’espressione sbiadita, magari anche uno sbadiglio, che due occhi pieni di di interrogativi riguardo una decisione così inaspettata e fuori da ogni logica.

Mi ha strappato dalle mani la mia vincente arma del “tanto lo sapevo che non gliene fregava niente di me”, quella che mi proteggeva la mucosa emotiva da delusioni e scoramenti. Nessuna aspettativa, nessun dolore.

Quella di lasciarlo è stata una “scelta” che non mi sta facendo per niente bene, non ho ancora metabolizzato la cosa: ho come la sensazione che sia stato tutto uno scherzo. Sono in attesa di vedere uscire un omino intransitivo che mi dice “sei su scherzi a parte” e tutti che battono le mani, io che rido e piango di commozione mentre do dei simpatici schiaffetti ai complici dello scherzo.
Ma più mi guardo intorno e più mi rendo conto che non c’è nessun omino intransitivo con il cartello, nessuno batte le mani e io non rido, ma piango di rabbia mentre mi è più chiara la verità:

ho proprio lasciato il Dr House, venerdì.

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Il tapis roulant

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (5)
25
Jan
2010

Dieci anni fa pesavo 83 kg. Giuro.

La prima costola l’ho vista in una radiografia. Io non sapevo nemmeno di averle, le costole.
Nonostante sembrassi un rovagnati con braccia e gambe, ero felice.
L’estate indossavo un costume da bagno duepezzigiallocanarinofluorescente che metteva in evidenza tutto, e per tutto intendo tutto! Una cosa inguardabile. Inguardabile veramente, quel costume ti faceva venire la cataratta precoce, ma mi piaceva così tanto da non essere ancora riuscita a pensionarlo, sebbene io lo abbia sostituito con un due pezzi con i cuori rossi. Niente di meno inguadabile, comunque.

Pur essendo un prodotto degli anni in cui Olivia Newton John terrorizzava tutti con Physical, non ho mai fatto una dieta in vita mia. Tra un’obesa lasagna e la depressa insalata, non c’era nemmeno da pensarci: le mangiavo entrambe.
Non avendo né auto né amore per i mezzi pubblici, camminavo molto: non facevo di certo parte di quella categoria di adolescenti sedentari che stavano tutto il giorno davanti alla tv a fagocitare girelle e big mac. Giocavo anche a pallavolo, quindi ero a posto con la coscienza, un po’ meno con Olivia Newton Jhohn, ma pazienza. :D

Tutto andava bene così. Per ragazzi ero un maschio con le tette, ma quello del dimagrire era un compromesso al quale non volevo arrivare solo per farmi accettare come femmina del branco. Alcune volte, lo ammetto, mi sentivo morire sapendo che una ciabatta ortopedica arrivava ad essere più sensuale di me, ma i momenti così passavano subito, e ogni cosa tornava alla normalità. La mia, naturalmente.
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