Impotenza
Quando ho cominciato a fare outing, ho dovuto imparare a capire le reazioni di chi avevo di fronte affidandomi soprattutto alle espressioni del loro volto: schifo, compassione/finta compassione, perplessità, menefreghismo, soddisfazione, delusione, paura, curiosità, ecc.
Tra tutte queste espressioni, quella che riesce ancora a ghiacciarmi è lei, l’espressione dell’impotenza.
Ricordo il viso di mia madre quando ero nella fase neonatale dell’Emetofobia e, affamata e nevrotica, terremotavo tutta casa mossa da un complesso groviglio di sensazioni alle quali non sapevo dare niente, nemmeno un nome. Avevo paura, avevo fame, avevo voglia di capire e non capivo, di fuggire, di far star male tutti. Lei, mia madre, aveva da pochi mesi ricominciato a camminare, aveva un cumulo di vita da sistemare, non possedeva mezzi per sostenere anche il peso delle mie paure: nei suoi occhi l’impotenza era onnipresente, nuotava beata nell’azzurro dell’iride.
Mio fratello, idem, mi guardava impotente.
Odiavo tutto il mondo che non aveva paura di mangiare, loro due compresi. Non avevo altro soggetto oltre me, tutti erano complementi, mai soggetti.
Allora non potevo immaginare che dopo dieci anni avrei montato di nuovo l’espressione dell’impotenza sul volto di qualcuno, eppure ci sono riuscita (potrei vendere tutorial su come costruire un’espressione di impotenza).
Ho visto l’impotenza nei movimenti e nella tela facciale di chi ogni giorno sopporta la mia Emetofobia, i miei no, non esco, ho fame; i miei lasciami in pace, sto male; i miei non ce la faccio ad arrivare a stasera; i miei non ne uscirò mai; i miei non posso curarmi, non ho soldi; i miei voglio solo tornare da House; i miei vorrei essere normale, almeno per un giorno, non di più, i miei perché non capiscono che sto male? perché fanno tutti finta di niente e mi chiedono cose che io non riesco a fare? ecc.
La vedo in chi ha fatto le uniche cose che a me servivano veramente, pur non essendo compito suo farle.
Non è così proprio per niente
Donna al supermercato: “Eh sì, non esco più con le amiche…ma che ci vuoi fare, il matrimonio è così.”
Ecco, dopo i volemisebene, i vabbenismi e gli ormai, è così è l’espressione che più odio universalmente, perché per me niente è così, tutto può essere diverso. Sempre. Comunque. In qualsiasi situazione. Ci deve essere un’alternativa, anche solo mentale.
Lo ammetto, a volte, guardando il futuro, vedo ancora l’emetofobia lisciarsi la mia vita con mani incartapecorite e lunghe unghie affilate, ma se credessi veramente che tutti gli sforzi che sto facendo per uscirne non servissero a nulla, mi arenerei sul divano e vaffanlì a tutto!
Ho davvero provato a farlo, a mollarmi sul divano aspettando che la famosa manna dal cielo scendesse ad aprirmi la porta d’uscita dall’emetofobia, senza il minimo sforzo da parte delle mie regali chiappe. Ho anche in qualche modo sperato che il pendolo di Poe si materializzasse sopra la mia testa per concludere tutta questa vita in modo molto teatrale, tuttavia non ce l’ho fatta, perché quello era solo un è così mascherato, e appena l’ho scoperto sono saltata giù dal divano e ho cominciato febbrilmente a fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di non farmi mangiare dai vermi dell’è così.
Mi fa senso solo a scriverlo, è così.
Quando mia madre troneggiava su un letto del San Camillo (Roma), incontrai una vicina di casa che, con sforzo titanico, mi chiese come andavano le cose. Io avevo sedici anni e tutta la voglia di farle andare in qualche modo bene, anche se andavano di schifo.
Lei: “E’ dura, lo so, anche mia madre sta male, ma che ci vuoi fare, è così“.
A parte che lei aveva almeno quattrocento anni più di me, quindi, se la madre stava male, forse, dico forse, era anche un tantino normale, considerando oltretutto i 96 inverni sulle spalle della vecchia mamma, ma poi io qualcosa volevo farci, perché per me è così significava arrendersi anche se c’erano margini notevoli di miglioramento.
Terapia Gratta e vinci
Dopo aver pubblicato questo post, probabilmente sparirò almeno fino alla prossima glaciazione, così, tanto per esser certi che la mia reputazione si rivergini per bene.
Stanotte, mentre cercavo di acchiappare il sonno, ho elaborato una sorta di piano strategico per potersi curare con un terapista (di Paperopoli, probabilmente) nonostante la sempreverde siccità finanziaria.
Il sistema è semplice, non richiede l’utilizzo di lombi e parti anatomiche poco battute dal sole, né pagamenti in natura (prodotti caseari o frutta e verdura scappata dalle casse dei banchi al mercato).
Si chiama “Terapia Gratta&Vinci”.
Si va dal proprio psicologo/psichiatra/santone di fiducia e si stipula una sorta di contratto tra le parti. A titolo d’esempio chiamerò le parti A e B: A sta per paziente, B sta per psicocologo/psichiatra/santone.
Funziona così: B elargisce sedute gratuite ad A, A si impegna a comprare un gratta e vinci da cinque euro ogni settimana, se ci sarà una vincita, di qualsiasi somma ed entità, si farà a mezzi, tranne quando la somma vinta corrisponde al totale delle sedute effettuate da B.
Non è un problema fisico?
Oggi è Pasqua, l’80% degli italiani starà glorificando il signore scofanando agnelli, lasagne e uova di cioccolata, l’altro 20% si divide in influenzati (eccomi eccomi), atei praticanti (ovvero coloro che considerano Natale e Pasqua due giorni normali), quelli che ancora devono capire come funziona la faccenda della fede (arieccomi), gli sfigati delle festività (ovvero coloro che “st’anno me la passo divertendomi” e poi sono costretti a lavorare) e seguaci di altre religioni. Amen.
Insomma, il mio regalo pasquale è rovinare la giornata a qualcuno scrivendo cose brutte e cattive.
Risata sadica di sottofondo, prego.
A parte gli scherzi, scelgo una festa mangereccia per affrontare un argomento poco simpatico, ma del quale è necessario parlare: i danni fisici provocati dall’Emetofobia.
L’Emetofobia è una patologia psicologica, si sa, quello che molti non sanno, però, è che a lungo andare può portare danni fisici ai quali porre rimedio è cosa lunga e dolorosa.
Non voglio spaventare nessuno, ma solo svegliare chi fa passare del tempo prima di affrontare la propria paura attraverso una terapia psicologica.
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No Psicoanalisi, please
Nemmeno ho cominciato a scrivere questo post e già mi sta lì.
Comunque dovrò digerire questa muffa e scriverlo lo stesso.
Sia chiaro: io ringrazio tutti quelli che mi contattano attraverso mail, social e forum per mostrarmi la loro solidarietà, ma devo necessariamente precisare le motivazioni che mi hanno invitata ad aprire il blog e che tutt’oggi mi spingono a portarlo avanti.
Informare.
Non sto cercando voci amiche o psicoanalisti improvvisati, ma solo di comunicare al mondo dei “normali” che c’è questa paura e che si chiama Emetofobia. Stop.
Il terapista ce l’ho, assomiglia a Tim Burton e lo chiamo House.
Con questo non voglio offendere chi mi ha mandato messaggi di amicizia e di appoggio, ma credo sia d’obbligo evidenziare che il mio scopo non è farmi compatire o trovare qualcuno che mi ascolti, semplicemente perché a) con la compassione non ci risuolo nemmeno le scarpe, b) gli amici che ascoltano li ho.
E’ estremamente importante non concentrarsi sul messaggero, ma sul messaggio.
La debolezza
Credo che sia necessario parlarne.
Dopo un mio personalissimo censimento, ho constatato che tra gli emetofobici che hanno fatto outing su internet sono pochissimi gli individui che non mangiano niente né prima né durante l’uscita.
Io sono una di quelli.
Potevo non trasgredire anche in questo?
Be’, comunque mi fa piacere sapere che la razza degli affamati totali non è grassa come credevo, anche se devo ammettere che contare più componenti in questo gruppo avrebbe in qualche modo intensificato la comunicazione con il mondo dei “non-emetofobici”. La fame ne mette di sale sulla coda, credetemi.
E vabbe’.
Uno degli effetti collaterali della condizione di “affamato totale” è la persistente debolezza, debolezza che posso tranquillamente considerare come una sanguisuga: mentre lei ingrassa, tu ti senti come ti fossero stati aggiunti 50 anni a tutti i muscoli del corpo.
Siamo fatti così
Io lo dico sempre: ho una fortuna sfigata.
Stamattina, mentre saltavo di canale in canale, mi sono imbattuta in “Siamo fatti così”, quella serie di cartoni animati educativi in cui vengono spiegate le funzioni del corpo umano.
“Uh, che bello”, mi sono detta, “ora me la guardo, poi comincio a lavorare”.
Corro in cucina a prendere cibarie e succo di frutta, mi rifiondo in camera – ormai completamente riprogrammata in modalità cinquenne-, mi accomodo sul letto disegnandomi intorno un fortino di schifezze, ed eccomi pronta per questo inaspettato revival…
Un bambino pallido come lo stracchino si tiene una mano sullo stomaco e l’altra sulla bocca, mentre la voce fuori campo minaccia:
“Attenzione, se si mangia troppo c’è il rischio di vomitare!”
Se non è culo questo.






