No Psicoanalisi, please
Nemmeno ho cominciato a scrivere questo post e già mi sta lì.
Comunque dovrò digerire questa muffa e scriverlo lo stesso.
Sia chiaro: io ringrazio tutti quelli che mi contattano attraverso mail, social e forum per mostrarmi la loro solidarietà, ma devo necessariamente precisare le motivazioni che mi hanno invitata ad aprire il blog e che tutt’oggi mi spingono a portarlo avanti.
Informare.
Non sto cercando voci amiche o psicoanalisti improvvisati, ma solo di comunicare al mondo dei “normali” che c’è questa paura e che si chiama Emetofobia. Stop.
Il terapista ce l’ho, assomiglia a Tim Burton e lo chiamo House.
Con questo non voglio offendere chi mi ha mandato messaggi di amicizia e di appoggio, ma credo sia d’obbligo evidenziare che il mio scopo non è farmi compatire o trovare qualcuno che mi ascolti, semplicemente perché a) con la compassione non ci risuolo nemmeno le scarpe, b) gli amici che ascoltano li ho.
E’ estremamente importante non concentrarsi sul messaggero, ma sul messaggio.
La debolezza
Credo che sia necessario parlarne.
Dopo un mio personalissimo censimento, ho constatato che tra gli emetofobici che hanno fatto outing su internet sono pochissimi gli individui che non mangiano niente né prima né durante l’uscita.
Io sono una di quelli.
Potevo non trasgredire anche in questo?
Be’, comunque mi fa piacere sapere che la razza degli affamati totali non è grassa come credevo, anche se devo ammettere che contare più componenti in questo gruppo avrebbe in qualche modo intensificato la comunicazione con il mondo dei “non-emetofobici”. La fame ne mette di sale sulla coda, credetemi.
E vabbe’.
Uno degli effetti collaterali della condizione di “affamato totale” è la persistente debolezza, debolezza che posso tranquillamente considerare come una sanguisuga: mentre lei ingrassa, tu ti senti come ti fossero stati aggiunti 50 anni a tutti i muscoli del corpo.
Siamo fatti così
Io lo dico sempre: ho una fortuna sfigata.
Stamattina, mentre saltavo di canale in canale, mi sono imbattuta in “Siamo fatti così”, quella serie di cartoni animati educativi in cui vengono spiegate le funzioni del corpo umano.
“Uh, che bello”, mi sono detta, “ora me la guardo, poi comincio a lavorare”.
Corro in cucina a prendere cibarie e succo di frutta, mi rifiondo in camera – ormai completamente riprogrammata in modalità cinquenne-, mi accomodo sul letto disegnandomi intorno un fortino di schifezze, ed eccomi pronta per questo inaspettato revival…
Un bambino pallido come lo stracchino si tiene una mano sullo stomaco e l’altra sulla bocca, mentre la voce fuori campo minaccia:
“Attenzione, se si mangia troppo c’è il rischio di vomitare!”
Se non è culo questo.
Aridatime House 2
Conto i mesi.
Conto le settimane.
Conto i giorni.
Momenti conto pure le ore e i minuti che sono passati dall’ultimo incontro con House.
Che stress, anche se devo ammettere di non passarmela così male. Pensavo di assistere ad una regressione dell’emetofobia, e invece mi sento in qualche modo meglio. Sono meno…sono più… Ok, non lo so spiegare, sono cambiamenti impercettibili dall’esterno, ma dentro qualche placca si è spostata, ci sono movimenti tellurici che mi stanno facendo vivere la pausa di riflessione da House meno drammatica di quanto mi aspettassi.
Niente polpettoni polacchi o scene da fondo di manicomio, almeno fino a questo momento. Però lo devo amettere: House mi manca.
Come curivendolo, intendo.
Quell’oretta con lui era una sorta di premio per il mio cervello. Avete presente quando i cani rotolano su se stessi e il padrone li premia? Eh, io ero così. Per tutta la settimana rotolavo su me stessa e alla fine House mi dava il biscottino. (Ehm…sì, mi rendo conto che detta in questo modo la faccenda potrebbe essere fraintesa…)
La nausée
Parliamone.
Sì, di lei, della sensazione fisica più provata dagli emetofobici di tutto il mondo: la nausea.
L’argomento non è bellissimo, lo so, tuttavia credo che molti concorderanno con me nel ritenerla come l’inquilina onniciabattante-e-urlante del piano di sopra. Una rottura di blini 24h su 24, in pratica.
Ovviamente posso parlare solo della mia esperienza, ma sono sicura che quella dei miei “colleghi” non sia tanto diversa.
Ecco la colazione tipo.
La mattina mi sveglio ascoltando il cinguettio degli uccellini? NO, manco per niente. Mi sveglio a suon di contorcimenti esofagei. Cosa mai saranno? Ma è ovvio, sono le parole della nausea!
Mi alzo constatando subito la situazione: dove mi trovo, quanti anni ho, quanti anni mi devo togliere se mi dovessero chiedere quanti anni ho, se ho ancora i capelli in testa e dove è il bagno.
Sì, il bagno, perché potrebbe essere la stanza più visitata della casa, quindi conoscere perfettamente la sua ubicazione mi aiuterà nella possibile corsa ad ostacoli che farò dopo il primo temutissimo conato.
Cioè, uno dei primi pensieri che ho la mattina non riguarda il come fare i soldi o l’altezza dei tacchi da indossare per andare al colloquio del lavoro fighetto, no, riguarda il cesso!
E vabbe’.
Stabilito il piano d’azione della giornata, che consiste in “se mangio non esco…che faccio? Mangio o esco? Ok, mangio..”, mi trascino verso l’armadietto del cess.
Fatta la dovuta sveltina con il pettine, arriva il momento dello spazzolino e del dentifricio. Scatta la domanda dell’Io emetofobico: “il sapore del dentifricio non farà incazzare la nausea?”
Scatta la risposta dell’Io ancora sano di mente: “ricordi quando il dentista ti ha detto sadicamente che il vostro non era un addio, bensì un arrivederci?”
Ok. Scatta la lavata di denti.
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Il B.e.p. dell’emetofobico
Oggi mi sento molto Montezemolo. Senza soldi, però.
E’ da stamattina che parlo di grafici, di percentuali, di analisi swot e tutto quello che fa very marketing woman.
Ho ripreso in mano i miei libri sul tema e, mentre mi autoconvincevo di poter sistemare l’imprenditoria italiana con uno straccio da spolvero, ho incontrato un grafico che mi ha fatto pensare subito all’Emetofobia.
Si parla di B.e.p.
B.e.p non sta per Black Eyed Peas, bensì per Break Even Point (punto di pareggio). Attraverso l’analisi di spese e profitti, l’azdiena XY è in grado di stabilire le entrate e le perdite relative ad un determinato periodo. Il B.e.p. si ha quando profitti e spese vanno in pari, mostrando così che in quel determinato punto (periodo) l’azienda non ha né guadagnato né perso soldi.
Per dirla breve, prendo un gratta e vinci da due euro e vinco due euro: non ho né guadagnato né speso, ma ho avuto la possibilità sia di incrementare i miei guadagni (vincendo) sia di perdere i due euro puntati (spese).
E’ un metodo che può praticamente essere rapportato a tutto. E secondo voi, potevo perdere l’occasione di applicarlo anche all’emetofobia? Certo che no. Come quando utilizzai l’analisi Swot per chiarire ad House concetti che non sapevo spiegare altrimenti, ricevendo da lui un’occhiata stremata che voleva dire qualcosa tipo “mi denunceranno se l’appendo al muro?”
Ho adattato questo B.e.p. all’emetofobia in una maniera un po’ insolita, ovvero processando il livello marginale di sopportazione che l’emetofobico deve superare prima di decidersi a fare qualcosa.
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Aridatime House
Davanti una foto di Tim Burton: “assomiglia ad House!”
Davanti una ricevuta: “ah, pure House mi faceva le ricevute!”
Davanti una penna verde in cartoleria: “uh! La penna che usava House!”
Davanti la vetrina di un negozio cinese: “guarda, quel maglioncino ce l’aveva pure House!”
Davanti la vetrina di un ottico: “anche House portava gli occhiali, ma si vergognava a metterli…”
Davanti un SH 125 nero: “quello è uguale allo scooter di House!!”
Davanti una foto di Bruno Vespa:”anche House lo odiava!”
Davanti un negozio di divani:”questo divano ha lo stesso colore di quelli che c’erano nella sala d’aspetto di House!”
Davanti agli uomini senza capelli: “anche House aveva una pista da sci sulla testa…”
Davanti un perché:”House mimava un ghigno di dolore quando dicevo un perché…”
Davanti a Dr House Medical Division: “House non sei tu!! Vai via, impostore zoppicante!”
…sono ancora recuperabile…Aridatime House!!!





