Cosa le dico?

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (5)
26
Jul
2010

Alle volte ho l’impressione di essermi presa una responsabilità più alta di me, poi però mi giustifico dicendo che non avevo molta scelta, visto che là fuori l’ascolto attivo è pari al zero virgola zero uno, e quell’uno si tiene in piedi su palafitte di cartapesta.

L’ascolto attivo non c’è, e io ho smesso di pretenderlo, perché mi rendo conto che ognuno ha la sua rogna e se non si hanno le unghie abbastanza lunghe per grattarsela da soli, si rischia di passare tutta la vita ad urlare in un mondo pieno di ascoltatori sordi.
Ho constatato anche che la maggior parte delle persone crede davvero di conoscere la psicologia umana e sciorina frasi fatte, consigli letti sulle riviste dalla parrucchiera, credenze popolari, schemi mentali che vanno bene per un film tratto da un Harmony, non per la vita vera, non per persone come me alla quale la frase fatta urtica più della rogna.

Poi capitano email tipo questa:

“Ciao Pika, mi chiamo ******, ho l’Emetofobia da dieci anni, ma ho scoperto solo ora come si chiama. Se non fossi madre di un bambino che sta subendo la mia paura, forse potrei anche prendermi del tempo prima di decidere di curarmi, ma io non posso. Lui è ancora piccolo, quindi ho un margine di libertà per poter gestire la cosa, ma sono arrivata al punto che non riesco quasi a sollevarlo. Peso 45kg e non sono tanto alta. Ho paura seriamente di morire. Prima che nascesse ****** mi dicevano che con il diventare madre avrei superato la paura, ma non è così. Dicono che la maternità ti faccia superare le paure, ma non è vero. E adesso ogni volta che parlo della mia paura, vedo gli occhi delle persone, mi giudicano, mi reputano una madre di merda perché non riesco a gioire come si dovrebbe. Io amo mio figlio, credimi, lo amo da morire, ma la paura non mi è passata, anzi, è aumentata perché adesso devo pensare anche a lui. Non so più con chi parlare, mi sento profondamente fallita, mi sento uno schifo e in tutto questo ci sono mia madre e la madre di mio marito che continuano a dirmi che passerà, ma non mi aiutano, dicono che devo farcela da sola, ma sto crollando, non ci riesco, mangio meno di mio figlio che ha cinque mesi. Anche mio marito è preoccupato, ma lui che può fare? Lavora come un pazzo e non può permettersi di aiutarmi anche a casa e io non lo pretendo perché la sera torna distrutto.
Tutti hanno le soluzioni in tasca, io provo a seguire i loro consigli, ma non funzionano, sarò sbagliata io.
Che devo fare?”

Leggendo questa email mi verrebbe voglia di inoltrarla a tutti quei frasifattisti dalle cui bocche escono cliché e credenze popolari sul “come si dovrebbe essere quando si diventa madri”, ma so che la risposta “Tu non hai figli, non puoi capire” arriverebbe di corsa a cancellare via il mio diritto di parola su argomenti simili, come se per capire che questa mamma sta veramente male bisogna moltiplicarsi.

Comunque la domanda resta: cosa le dico?
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Non è assurda

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (4)
8
Jul
2010

Sarà il caldo o la crisi tricotica dovuta alla secchezza di stagione, non so, sarà questo o quello, ma una cosa ha cominciato a ballarmi sui nervi, l’espressione “L’Emetofobia è una paura assurda“.

Ogni volta che leggo questa frase mi viene da dire “Assurdo sarai tu”, come se ritenessi l’Emetofobia qualcosa da difendere, invece che da combattere.
E sapete una cosa? E’ così, va difesa perché l’Emetofobia è una cosa seria, serissima, chiamarla “assurda” è come dire che la nostra sofferenza è stata sprecata per qualcosa alla quale dare anche solo due minuti d’attenzione è troppo, semplicemente perché è assurda.

In un libro, del quale non ricordo niente se non questo pensiero, ho letto che dire ad un bambino “E’ semplice” quando sta facendo una cosa che a lui risulta difficile, equivale a dirgli “Sei un incapace”, perché la cosa da fare è semplice, quindi è lui a non essere adatto. Insomma, lui lo introietta come una sua mancanza.

Ecco, per me vale la stessa cosa quando si parla di Emetofobia. Come non è una semplice pippa, non è nemmeno una cosa assurda.
Il limitare il tutto ad “é assurda” serve a crearsi altri problemi, perché ci si colpevolizza di non essere all’altezza di superare un’assurdità del genere, come il bambino che non riesce a fare la cosa “semplice”.

Non bisogna stare attenti a tutto quello che si dice, se no parlare diventa una cambogia, però penso sia quasi un obbligo fare attenzione a come si usano certe espressioni quando abbiamo di fronte o dentro di noi qualcuno che ha un determinato tipo di sofferenza.

La sofferenza non è mai assurda.

Anniversari

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (8)
17
Jun
2010

Un anno fa a quest’ora…mi sposavo?
Ehm…no, non “no” no, ma proprio NO!

Un anno fa a quest’ora…diventavo ricca?
Magari, no.

Un anno fa a quest’ora…raggiungevo una quarta?
See, ormai il verbo “crescere” si scrive e si legge “invecchiare”, da quelle parti non cresce più niente autonomamente, quindi no.

Un anno fa a quest’ora… stiravo per strada un wallaby, un pellerossa e il postino che mi ingravida la cassetta della posta con spam di ogni genere?
No, no e mi piacerebbe, ma no.

Un anno fa a quest’ora…prendevo i voti per diventare suora?
Io in mezzo alle suore? Sarebbe come sentir cantare Marilyn Manson nel coro delle voci bianche, quindi no.

Un anno fa a quest’ora…dicevo addio alla cellulite?
Credo che la nostra relazione durerà finché morte e decomposizione non ci separereanno, quindi no.

Un anno fa a quest’ora…sabotavo le corde vocali della vecchia del palazzo di fronte?
Credo abbiano provveduto i nipoti, ultimamente non la sento più ragliare. Comunque no.

Insomma, che cavolo facevo un anno da a quest’ora?
Dormivo.

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Impotenza

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (4)
15
Jun
2010

Quando ho cominciato a fare outing, ho dovuto imparare a capire le reazioni di chi avevo di fronte affidandomi soprattutto alle espressioni del loro volto: schifo, compassione/finta compassione, perplessità, menefreghismo, soddisfazione, delusione, paura, curiosità, ecc.
Tra tutte queste espressioni, quella che riesce ancora a ghiacciarmi è lei, l’espressione dell’impotenza.

Ricordo il viso di mia madre quando ero nella fase neonatale dell’Emetofobia e, affamata e nevrotica, terremotavo tutta casa mossa da un complesso groviglio di sensazioni alle quali non sapevo dare niente, nemmeno un nome. Avevo paura, avevo fame, avevo voglia di capire e non capivo, di fuggire, di far star male tutti. Lei, mia madre, aveva da pochi mesi ricominciato a camminare, aveva un cumulo di vita da sistemare, non possedeva mezzi per sostenere anche il peso delle mie paure: nei suoi occhi l’impotenza era onnipresente, nuotava beata nell’azzurro dell’iride.
Mio fratello, idem, mi guardava impotente.
Odiavo tutto il mondo che non aveva paura di mangiare, loro due compresi. Non avevo altro soggetto oltre me, tutti erano complementi, mai soggetti.

Allora non potevo immaginare che dopo dieci anni avrei montato di nuovo l’espressione dell’impotenza sul volto di qualcuno, eppure ci sono riuscita (potrei vendere tutorial su come costruire un’espressione di impotenza).

Ho visto l’impotenza nei movimenti e nella tela facciale di chi ogni giorno sopporta la mia Emetofobia, i miei no, non esco, ho fame; i miei lasciami in pace, sto male; i miei non ce la faccio ad arrivare a stasera; i miei non ne uscirò mai; i miei non posso curarmi, non ho soldi; i miei voglio solo tornare da House; i miei vorrei essere normale, almeno per un giorno, non di più, i miei perché non capiscono che sto male? perché fanno tutti finta di niente e mi chiedono cose che io non riesco a fare? ecc.

La vedo in chi ha fatto le uniche cose che a me servivano veramente, pur non essendo compito suo farle.

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Non è così proprio per niente

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (2)
30
May
2010

Donna al supermercato: “Eh sì, non esco più con le amiche…ma che ci vuoi fare, il matrimonio è così.”

Ecco, dopo i volemisebene, i vabbenismi e gli ormai, è così è l’espressione che più odio universalmente, perché per me niente è così, tutto può essere diverso. Sempre. Comunque. In qualsiasi situazione. Ci deve essere un’alternativa, anche solo mentale.

Lo ammetto, a volte, guardando il futuro, vedo ancora l’emetofobia lisciarsi la mia vita con mani incartapecorite e lunghe unghie affilate, ma se credessi veramente che tutti gli sforzi che sto facendo per uscirne non servissero a nulla, mi arenerei sul divano e vaffanlì a tutto!

Ho davvero provato a farlo, a mollarmi sul divano aspettando che la famosa manna dal cielo scendesse ad aprirmi la porta d’uscita dall’emetofobia, senza il minimo sforzo da parte delle mie regali chiappe. Ho anche in qualche modo sperato che il pendolo di Poe si materializzasse sopra la mia testa per concludere tutta questa vita in modo molto teatrale, tuttavia non ce l’ho fatta, perché quello era solo un è così mascherato, e appena l’ho scoperto sono saltata giù dal divano e ho cominciato febbrilmente a fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di non farmi mangiare dai vermi dell’è così.

Mi fa senso solo a scriverlo, è così.

Quando mia madre troneggiava su un letto del San Camillo (Roma), incontrai una vicina di casa che, con sforzo titanico, mi chiese come andavano le cose. Io avevo sedici anni e tutta la voglia di farle andare in qualche modo bene, anche se andavano di schifo.

Lei: “E’ dura, lo so, anche mia madre sta male, ma che ci vuoi fare, è così“.

A parte che lei aveva almeno quattrocento anni più di me, quindi, se la madre stava male, forse, dico forse, era anche un tantino normale, considerando oltretutto i 96 inverni sulle spalle della vecchia mamma, ma poi io qualcosa volevo farci, perché per me è così significava arrendersi anche se c’erano margini notevoli di miglioramento.

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Terapia Gratta e vinci

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (10)
27
May
2010

Dopo aver pubblicato questo post, probabilmente sparirò almeno fino alla prossima glaciazione, così, tanto per esser certi che la mia reputazione si rivergini per bene. :D

Stanotte, mentre cercavo di acchiappare il sonno, ho elaborato una sorta di piano strategico per potersi curare con un terapista (di Paperopoli, probabilmente) nonostante la sempreverde siccità finanziaria.

Il sistema è semplice, non richiede l’utilizzo di lombi e parti anatomiche poco battute dal sole, né pagamenti in natura (prodotti caseari o frutta e verdura scappata dalle casse dei banchi al mercato).

Si chiama “Terapia Gratta&Vinci”.
Si va dal proprio psicologo/psichiatra/santone di fiducia e si stipula una sorta di contratto tra le parti. A titolo d’esempio chiamerò le parti A e B: A sta per paziente, B sta per psicocologo/psichiatra/santone.

Funziona così: B elargisce sedute gratuite ad A, A si impegna a comprare un gratta e vinci da cinque euro ogni settimana, se ci sarà una vincita, di qualsiasi somma ed entità, si farà a mezzi, tranne quando la somma vinta corrisponde al totale delle sedute effettuate da B.

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Non è un problema fisico?

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (8)
4
Apr
2010

Oggi è Pasqua, l’80% degli italiani starà glorificando il signore scofanando agnelli, lasagne e uova di cioccolata, l’altro 20% si divide in influenzati (eccomi eccomi), atei praticanti (ovvero coloro che considerano Natale e Pasqua due giorni normali), quelli che ancora devono capire come funziona la faccenda della fede (arieccomi), gli sfigati delle festività (ovvero coloro che “st’anno me la passo divertendomi” e poi sono costretti a lavorare) e  seguaci di altre religioni. Amen.

Insomma, il mio regalo pasquale è rovinare la giornata a qualcuno scrivendo cose brutte e cattive.

Risata sadica di sottofondo, prego. :D

A parte gli scherzi, scelgo una festa mangereccia per affrontare un argomento poco simpatico, ma del quale è necessario parlare: i danni fisici provocati dall’Emetofobia.

L’Emetofobia è una patologia psicologica, si sa, quello che molti non sanno, però, è che a lungo andare può portare danni fisici ai quali porre rimedio è cosa lunga e dolorosa.

Non voglio spaventare nessuno, ma solo svegliare chi fa passare del tempo prima di affrontare la propria paura attraverso una terapia psicologica.
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