Scoppiare insieme alla vita
Io sono Sailor Sfiga, la trasformazione avviene con una formula che si autopronuncia: “Sfiga, vieni a me!” e crash, vado a sbattere contro una delle mille piccole sfighe quotidiane che provocano ripetuti infarti ai miei programmi.
Alle volte, ‘ste sfighe non sono tanto piccole, anzi, appena dico: “E vabbe’, ma siete piccole, cosa volete farmi?”, quelle, che hanno la coda di paglia, s’incazzano e diventano quasi tragedie, come l’innocente sfiga nata quattro mesi fa, quando avevo programmato una giornata del tipo alle dieci cliente, alle undici amica, alle dodici provo a sbudellarmi un cornetto in mezzo alla strada. Mi preparo, esco e…ruota sgonfia!
“Pora, sfiga, credi davvero che mi impedirai di arrivare a quel cornetto? Illusa!”
Tempo cinque minuti: “Fra’, mamma sta male, ho chiamato l’ambulanza!”
Ecco come delle innocue sfighe, se provocate, diventano drammi.
Quella, in particolare, se l’è presa forte: momenti me l’ammazza, la madre. Per fortuna non c’è riuscita, però l’impegno ce lo ha messo tutto. Onore e rispetto, oltre che un vaffa grosso come l’Oregon.
Riabilitarsi
Riabilitarsi a camminare dopo un incidente.
Riabilitarsi a mangiare dopo un’operazione.
Riabilitarsi ad amare dopo una delusione.
Riabilitarsi a leggere con un altro senso dopo aver perso la vista.
Riabilitarsi a fidarsi delle persone dopo il tradimento di un amico.
Riabilitarsi alla felicità dopo la morte di qualcuno amato.
Riabilitarsi a parlare dopo aver scritto per tanto tempo.
Riabilitarsi a sorridere dopo aver passato una settimana a piangere.
Riabilitarsi al mondo là fuori dopo essere rimasti per anni rinchiusi nel proprio.
Riabilitarsi al coraggio dopo la paura.
Riabilitarsi al caldo dopo il freddo.
Riabilitarsi alla schiuma del mare.
Riabilitarsi al sapore del sole sulle guance.
Riabilitarsi al sempre di fretta.
Riabilitarsi a fregare il tempo.
Riabilitarsi a quello che verrà senza saperlo in anticipo.
Riabilitarsi al vento che stropiccia i capelli.
Riabilitarsi ai viaggi.
Riabilitarsi alla propria giovinezza.
Riabilitarsi vuol dire anche solo leccare un gelato in mezzo alla strada. Forse non è il gelato più buono che hai mangiato in vita tua, ma è quello che nella vita ti ci sta riportando.
Lì dove le paure ribollono
Avevo scritto un post lungo, troppo per qualcosa che può essere lasciato a poche frasi selvagge, che nascono e mi scorrazzano davanti alla rinfusa, eppure con una loro precisa logica.
Quanta paura si nasconde tra le dita delle persone, tenta di intrecciarsi con la loro vita pensando magari di passare inosservata riempiendosi la faccia di un fondotinta colorato come la normalità.
Una stretta di mano troppo vigorosa, unire la pelle al sole per non essere trasparenti, parlare troppo per rispondere poco, non lasciare che il tempo s’infiltri nell’agenda, voltarsi dall’altra parte camminando davanti al mare, non riuscire a sciogliere le braccia nemmeno quando si è da soli, aggiungere più facce possibili su Facebook, scrivere e fotografare una vita da presentare agli altri, regalare Sì e tenersi per sé i No, correggersi sempre senza errori, arrivare a sera sviando il silenzio. Ma la notte raggiunge sempre tutti e quando le luci cominciano ad essere stanche, le ombre vengono fuori insieme, pesanti, inconfondibili perché anche più scure del buio, con gli occhi gialli.
Non lo so perché adesso riesco a vederle mentre prima ero in grado a malapena di sentirne l’odore: vorrei solo dire che non sono lì per fare male, ma nessuno capirebbe. Le ombre cancellano lo spazio, dietro di loro c’è altro nulla. Eppure io vi ho trovato un mondo, dietro. Non so spiegarlo, so unicamente indossarlo.
Forse è solo in questo ultimo mese e un quarto che ho imparato a conoscere la paura, non la mia – quella la conosco più di se stessa -, bensì la paura delle persone: si è presentata in cento silenzi che per la prima volta ho saputo ascoltare, leggere, annusare, prendere per mano, osservare. Un’enorme palla dove dentro ribollono terrori affilati come lame.
E posso dire con una certa sicurezza che probabilmente non sto peggio di chi là fuori mangia cinghiale e polenta in pieno agosto e poi va a frullarsi le budella sulle montagne russe, rincorso com’è da tutte le sue ombre.
E prega sia subito…burp!
La gente lo trova volgare, sempre fuori luogo, decisamente maleducato, però il ruttino – inteso rutto o anche inglesizzato burp- è per l’emetofobico il punto che mette fine ad interminabili e tragici momenti di sofferenza passati ad imprecare tutto l’album dei calciatori (dopo aver finito il calendario dei santi) e a ripromettersi solennemente di mettere una croce a vita sulla parola “cibo”. Promessa che si autodistrugge (per fortuna!) nel giro di qualche ora.
E allora sapete che vi dico?, che io gli dedico una poesia, perché se lo merita. O anche perché sono completamente pazza.
E prega sia subito rutto
Ognuno sta solo sul cuor del divano
trafitto da tre quarti di porchetta:
e prega sia subito rutto.
Che poesia fine ed elegante. E’ proprio da me.
Comunque se mi cerca un certo Quasimodo, ditegli che sono stata divorata dal fossile di un dinosauro.
La “cosa”, il Dr House e il Buon Anno
Va bene, lo ammetto: ho clamorosamente accannato l’augurio di Buon Anno perché mi state sullì, ecco, adesso l’ho detto. Ma non è vero.
Non l’ho dimenticato e non l’ho evitato per chissà quale filosofico motivo, non ho avuto semplicemente tempo e concentrazione. Mi capita spesso ultimamente, si chiama vecchiaia.
Gli auguri li ho scritti giù giù, no, più giù, ecco lì. Alla fine.
Questo post sarà lungo e per molti di voi anche indigesto, quindi non mi assumo nessuna responsabilità se addormentandovi sulla tastiera invierete foto compromettenti o email piene di parolacce al vostro capo.
Si comincia.
La Cosa
Nell’ultimo post ho accennato ad una “cosa”, non ci giro intorno e ve la lancio così, a bomba: il 26 Dicembre ho poggiato la prima pietra per spazzolare via l’Emetofobia dalla mia vita uscendo di casa dopo pranzo. Be’, in verità non proprio dopo dopo, diciamo dopo dopo dopo…va bene, dopo due ore. Per me è uguale perché non avevo digerito nemmeno l’acqua, quindi l’accendiamo.
Per il mondo dei “normali” o degli emetofobici che comunque mangiano tranquillamente fuori casa o prima di uscire non è nulla di che, per me invece sì, perché per dieci hanno ho aspettato la “cosa”. In verità non attendevo l’atto in sé, ma la motivazione, ecco, la motivazione per alzare le chiappe dalla stasi di questa ultima decade.
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La cosa che non vi ho detto
…e che non vi dirò almeno fino al prossimo post.
Ci sono grosse novità, ma per ora anticipo quella di oggi: vedo House.
Ebbene sì, è ancora vivo mi ha dato udienza per un colloquio informarle, due chiacchiere, un caffè. No, per me solo due chiacchiere, grazie.
Da circa due mesi ho dato una ripulita alla mia alimentazione e sistemato la situazione sentimentale con il mio divano. Ci siamo presi una pausa di riflessione con frequentazione sindacale. Sì, insomma, abbiamo raggiunto un accordo in cui si dichiara che tot ore su di lui verranno compensate con tot ore di allenamento. Lui si è arreso all’idea, ma quando faccio cyclette mi guarda con quei suoi occhietti invisibili pieni di rimpianti e ricordi che non mi lasciano del tutto indifferente, lo ammetto.
Non voglio spingermi laddove nessuna me è mai arrivata prima, ma alimentazione, esercizio e automotivazione (e su questa ho puntato tutto) finora hanno contribuito alla cosa che vi dirò poi e ad altre che non spiego perché sono noiose pure per me. Tuttavia se il 2012 è l’anno della fine del mondo (ma chi ce crede!), per me deve essere l’anno di un’altra fine, o meglio, non per me, ma per l’Emetofobia.
Sono totalmente incosciente su come andrà, se migliorerò, se regredirò, se la sfiga tornerà dalle vacanze e si riabbatterà peggio di prima su di me, quanto ci vorrà per urlarlo al mondo, se mai lo farò, intanto posso dire di essermi fatta un regalo di Natale mica male, considerando anche che festeggio il Natale come festeggerei un dito che mi si chiude nella porta.
E se pensate a tutto questo come qualcosa di grande solo per me, sì, avete ragione, ma sono sicura che tutti i miei colleghi emetofobici, passando da qui, troveranno uno spunto per dire: se po’ fa’!
Vedremo. Intanto volo da House a riassumergli questi due anni, poi si vedrà.
Al prossimo post per gli auguri di capodanno e per l’accenno alla cosa.
Eh no, non sono incinta.
L’indifferente
“Vedi, Pika, tu hai quella roba che chiami emetoqualcosa perché dài troppa importanza agli altri, a ciò che pensano di te, ai giudizi, tutta roba che devi toglierti dalla testa!”
“Be’, ma tutti si preoccupano di come appaiono, altrimenti…”
“No, non è così, vedi me: io mi preoccupo forse di cosa pensano gli altri?”
“Sì.”
“Sbagli. A me non importa niente. La gente dice che questo taglio di capelli mi sta male? E io me lo rifaccio!”
“Ma questo è solo un modo perverso per dare alle persone ancora più importanza!”
“Invece no, io lo faccio per me, per dimostrare che non me ne frega niente.”
“Per dimostrare a LORO, quindi vedi che ti frega?”
“Raccontatela come vuoi, a me non importa niente di quello che dicono gli altri, e tu dovresti fare altrettanto, se no non ne esci più, lo dico per te. Devi ignorare, anche quando ti dicono che sei così o colà, ci passi sopra e te lo dimentichi. Da quando non sento più i giudizi degli altri vivo una pacchia!”
“Sì, hai ragione, però devo dirti una cosa: sei veramente uno STRONZO!”
“…Bau bau bau bau…ma come ti permetti…bau bau bau…e te invece? Che c’hai paura pure de…bau bau bau bau…ma guarda questa, ao!”
Morale: mai farsi dare lezioni di indifferenza da chi sottolinea troppo spesso di non essere interessato al giudizio altrui.






