E prega sia subito…burp!
La gente lo trova volgare, sempre fuori luogo, decisamente maleducato, però il ruttino – inteso rutto o anche inglesizzato burp- è per l’emetofobico il punto che mette fine ad interminabili e tragici momenti di sofferenza passati ad imprecare tutto l’album dei calciatori (dopo aver finito il calendario dei santi) e a ripromettersi solennemente a mettere una croce a vita sulla parola “cibo”. Promessa che si autodistrugge (per fortuna!) nel giro di qualche ora.
E allora sapete che vi dico?, che io gli dedico una poesia, perché se lo merita. O anche perché sono completamente pazza.
E prega sia subito rutto
Ognuno sta solo sul cuor del divano
trafitto da tre quarti di porchetta:
e prega sia subito rutto.
Che poesia fine ed elegante. E’ proprio da me.
Comunque se mi cerca un certo Quasimodo, ditegli che sono stata divorata dal fossile di un dinosauro.
La “cosa”, il Dr House e il Buon Anno
Va bene, lo ammetto: ho clamorosamente accannato l’augurio di Buon Anno perché mi state sullì, ecco, adesso l’ho detto. Ma non è vero.
Non l’ho dimenticato e non l’ho evitato per chissà quale filosofico motivo, non ho avuto semplicemente tempo e concentrazione. Mi capita spesso ultimamente, si chiama vecchiaia.
Gli auguri li ho scritti giù giù, no, più giù, ecco lì. Alla fine.
Questo post sarà lungo e per molti di voi anche indigesto, quindi non mi assumo nessuna responsabilità se addormentandovi sulla tastiera invierete foto compromettenti o email piene di parolacce al vostro capo.
Si comincia.
La Cosa
Nell’ultimo post ho accennato ad una “cosa”, non ci giro intorno e ve la lancio così, a bomba: il 26 Dicembre ho poggiato la prima pietra per spazzolare via l’Emetofobia dalla mia vita uscendo di casa dopo pranzo. Be’, in verità non proprio dopo dopo, diciamo dopo dopo dopo…va bene, dopo due ore. Per me è uguale perché non avevo digerito nemmeno l’acqua, quindi l’accendiamo.
Per il mondo dei “normali” o degli emetofobici che comunque mangiano tranquillamente fuori casa o prima di uscire non è nulla di che, per me invece sì, perché per dieci hanno ho aspettato la “cosa”. In verità non attendevo l’atto in sé, ma la motivazione, ecco, la motivazione per alzare le chiappe dalla stasi di questa ultima decade.
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La cosa che non vi ho detto
…e che non vi dirò almeno fino al prossimo post.
Ci sono grosse novità, ma per ora anticipo quella di oggi: vedo House.
Ebbene sì, è ancora vivo mi ha dato udienza per un colloquio informarle, due chiacchiere, un caffè. No, per me solo due chiacchiere, grazie.
Da circa due mesi ho dato una ripulita alla mia alimentazione e sistemato la situazione sentimentale con il mio divano. Ci siamo presi una pausa di riflessione con frequentazione sindacale. Sì, insomma, abbiamo raggiunto un accordo in cui si dichiara che tot ore su di lui verranno compensate con tot ore di allenamento. Lui si è arreso all’idea, ma quando faccio cyclette mi guarda con quei suoi occhietti invisibili pieni di rimpianti e ricordi che non mi lasciano del tutto indifferente, lo ammetto.
Non voglio spingermi laddove nessuna me è mai arrivata prima, ma alimentazione, esercizio e automotivazione (e su questa ho puntato tutto) finora hanno contribuito alla cosa che vi dirò poi e ad altre che non spiego perché sono noiose pure per me. Tuttavia se il 2012 è l’anno della fine del mondo (ma chi ce crede!), per me deve essere l’anno di un’altra fine, o meglio, non per me, ma per l’Emetofobia.
Sono totalmente incosciente su come andrà, se migliorerò, se regredirò, se la sfiga tornerà dalle vacanze e si riabbatterà peggio di prima su di me, quanto ci vorrà per urlarlo al mondo, se mai lo farò, intanto posso dire di essermi fatta un regalo di Natale mica male, considerando anche che festeggio il Natale come festeggerei un dito che mi si chiude nella porta.
E se pensate a tutto questo come qualcosa di grande solo per me, sì, avete ragione, ma sono sicura che tutti i miei colleghi emetofobici, passando da qui, troveranno uno spunto per dire: se po’ fa’!
Vedremo. Intanto volo da House a riassumergli questi due anni, poi si vedrà.
Al prossimo post per gli auguri di capodanno e per l’accenno alla cosa.
Eh no, non sono incinta.
L’indifferente
“Vedi, Pika, tu hai quella roba che chiami emetoqualcosa perché dài troppa importanza agli altri, a ciò che pensano di te, ai giudizi, tutta roba che devi toglierti dalla testa!”
“Be’, ma tutti si preoccupano di come appaiono, altrimenti…”
“No, non è così, vedi me: io mi preoccupo forse di cosa pensano gli altri?”
“Sì.”
“Sbagli. A me non importa niente. La gente dice che questo taglio di capelli mi sta male? E io me lo rifaccio!”
“Ma questo è solo un modo perverso per dare alle persone ancora più importanza!”
“Invece no, io lo faccio per me, per dimostrare che non me ne frega niente.”
“Per dimostrare a LORO, quindi vedi che ti frega?”
“Raccontatela come vuoi, a me non importa niente di quello che dicono gli altri, e tu dovresti fare altrettanto, se no non ne esci più, lo dico per te. Devi ignorare, anche quando ti dicono che sei così o colà, ci passi sopra e te lo dimentichi. Da quando non sento più i giudizi degli altri vivo una pacchia!”
“Sì, hai ragione, però devo dirti una cosa: sei veramente uno STRONZO!”
“…Bau bau bau bau…ma come ti permetti…bau bau bau…e te invece? Che c’hai paura pure de…bau bau bau bau…ma guarda questa, ao!”
Morale: mai farsi dare lezioni di indifferenza da chi sottolinea troppo spesso di non essere interessato al giudizio altrui.
Don’t wait
In Italy, la psicoterapia è ancora una maldicenza.
“Uh, ma hai sentito della trippona del terzo piano? Va dallo strizzacervelli!!”
“Ma che daVero?”
“Essì, io l’ho sempre detto che era ‘na pazza!”
“Pure io!”
Su un settimanale abbastanza famoso – e abbastanza idiota – ho letto un editoriale in cui il direttore afferma, con brada stupidità, che la nostra generazione andrebbe dallo psicologo alla prima lacrima.
Immancabile il return to the past, quello tipico di chi, incapace di spiegarsi un fenomeno, srotola il papiro dei tempi suoi, quando non c’era internet, non c’era Facebook, non c’erano i Pokemon e bla bla bla, ma stranamente non include mai nella lista i giornaletti sui quali scrive, dove la prima regola per essere vincenti esige una taglia 40 e un viso under 20 forever and ever.
Demonizzazione psicoterapia: completata.
Lavaggio di mani per togliere ogni traccia di responsabilità: pure.
In effetti ha ragione: siamo proprio dei rammolliti, non sappiamo più sopportare il dolore dell’anima e corriamo subito a farcelo togliere. Mi faccio talmente schifo per aver ingaggiato il Dr House che non ho più il coraggio di guardare in faccia il Winnie The Pooh acchiappettato sul mio comodino, lui non avrebbe mai fatto una cosa così terribile.
Mi domando se questi si siano mai interrogati sull’utilità di far star bene i singoli per migliorare la vita della comunità. Ovviamente no. Non c’arrivano, sono troppo concentrati a lasciare il dito puntato 24h su 24. E’ ‘na fatica mica da ridere.
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Non posso proprio capire
“Sai Pika, non puoi capire. Londra-è-straordinaria!”
“Eh…”
“No, guarda, è fredda come piace a te, ha quelle luci come piacciono a te, poi è piena di vetrine. Non puoi capire!”
“Eh…”
“Ho mangiato in certi ristoranti che lascia perde’!”
“Eh…”
“Ma poi si respira un’aria frizzante che ti invoglia ad uscire, fare, vedere, persino lavorare! Ecco, ti stimola! Mica come qui in Italia che qualsiasi cosa fai ti buttano giù! Non puoi capire, guarda!”
“Eh…”
“E poi…”
“No, fermati. Non posso capire, ho capito.”
“No, ma che ti sei offesa?”
“Chi? Io?”
“Eh…”
“No, per niente. Devo solo andare dal mendicante davanti il supermercato a raccontare quanto è fico mangiare tre volte al giorno, dormire farcendo un caldo letto e avere l’acqua corrente, anch’essa calda e risanante, che ti scorre addosso quando ti fai la doccia. Sono sicura che non può proprio capire!”
E se c’è una cosa che non posso veramente capire è perché certe persone (over 30, mica 15enni) devono strabordare oltre il limite nel raccontare un’esperienza vandandosi di averla vissuta, soprattutto con chi sogna di vivere una situazione simile ma al momento non può. E loro lo sanno, lo sanno benissimo.
PS: ovviamente il soggetto è stato abbondantemente fanculizzato. A 28 anni non mi permetto di mantenere questi contatti da asilo nido. Viaggiano, vedono il mondo, pensano di conoscerlo perché hanno pranzato a Soho o bevuto sake in un chiosco al centro di Tokyo, poi tornano qui e dimostrano in tutta la loro superficialità quanto del mondo non c’hanno capito un paiolo, principalmente perché non riescono a comprendere nemmeno il loro vicino di casa, figuriamoci 5 continenti interi.
La scatola rossa
Ogni tanto, un’immagine mi zompetta nella testa: io che prendo l’Emetofobia e la sposto come una scatola rossa da una stanza all’altra. Così, ci infilo tutti questi dieci anni e la porto fuori da una camera per andarla a piazzare in un’altra, con nuove cose, nuovi giorni e purtroppo nuovi anni da metterci dentro.
Stamattina, mentre producevo stalattiti dal naso in groppa al mio motorino, ho ripensato a questa scatola rossa. A quanti cambi di stanza ho fatto trascinandomela dietro, ogni volta più pesante, ingombrante, che non passa dalle porte.
Ci sono stati periodi in cui sembrava essersi rimpiccolita tanto da poterla tenere in una mano, e poi eccola lievitare di nuovo. E’ una scatola rossa magica, di una magia grigia.
Rovistando rovistando mi sono chiesta se avrei mai trovato qualcosa per discolparmi, una responsabilità non mia con su l’etichetta di qualcun altro, insomma, un minuto della mia vita che urlasse “Oh, sei hai buttato dieci anni non è completamente colpa tua!!”.
Contrariamente alle altre volte, l’ho trovato, in fondo in fondo, soffocato da tutti i miei “E’ colpa mia, sono solo io la responsabile di questa rogna”.
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