I bambini dell’Africa
A tutti quelli che hanno palesato la propria emetofobia sarà capitato di sentirsi dire: “pensa ai bambini dell’Africa, quelli non hanno niente da mangiare, e tu rifiuti il cibo per una stupida paura”.
Ecco, parliamo di questi ipercitati bambini dell’Africa che diventano il termine di paragone per misurare la nostra estrema stupidità nell’avere paura di vomitare.
La prima volta che qualcuno mi ha presentato i bambini dell’Africa è stato quando ho detto a scuola di non avere luce e acqua calda in bagno.
“Luciani, pensa ai bambini dell’Africa” mi disse la professoressa.
La seconda, me lo ricordo bene, mi vennero messi sul piatto da un medico:
“Da quanto non mangia? 3 Mesi? Ah, ma pensi ai bambini dell’Africa, quelli non mangiano mai…”
Fino a qualche tempo fa, quando raccontavo della mia emetofobia, non mancavo mai di eplicitare la mia posizione di privilegio rispetto ai bambini dell’Africa, come se fosse mio dovere non angosciarmi se per due giorni di fila non mangiavo nulla, come se non avessi il diritto di stare male, o peggio, di sentirmi debole e affamata.
Poi mi sono resa conto che la storia dei “bambini dell’Africa” non solo è una doverizzazione terribilmente lesiva, ma anche un falsissimo senso di colpa che spesso non viene seguito da nessun fatto concreto. Serve solo a sentirsi meno sfigati.
Perché:
A) Non è pensando che si riempe loro lo stomaco
B) Crea dei sensi di colpa e delle doverizzazioni che vanno dal “devo stare bene perché in fondo non sto messa come i bambini dell’Africa”, “mi sento in colpa: io ho il cibo e lo rifiuto, i bambini dell’Africa non hanno niente”, ecc.
Con un House in meno
Venerdì ho salutato House.
Come sono riuscita a non trasformare lo studio in una vasca di lacrime non lo so. Ma tant’è, alla fine sono riuscita ad uscire sulle mie gambe.
Certo, lui non mi ha aiutata. Poteva fare qualcosa per dimostrarmi che non gliene fregava niente della mia dipartita terapistica, che, anzi, per lui era un sollievo non avermi più tra gli appuntamenti del venerdì. Invece no, mi ha esplicitamente mostrato di esserne dispiaciuto e amareggiato.
Quando vieni tranquillamente e felicemente abbandonato da chi ti ha messo al mondo, ti aspetti che nessuno si dispiaccia se ad un certo punto sei tu a toglierti di torno. E’ più facile preventivare un’espressione sbiadita, magari anche uno sbadiglio, che due occhi pieni di di interrogativi riguardo una decisione così inaspettata e fuori da ogni logica.
Mi ha strappato dalle mani la mia vincente arma del “tanto lo sapevo che non gliene fregava niente di me”, quella che mi proteggeva la mucosa emotiva da delusioni e scoramenti. Nessuna aspettativa, nessun dolore.
Quella di lasciarlo è stata una “scelta” che non mi sta facendo per niente bene, non ho ancora metabolizzato la cosa: ho come la sensazione che sia stato tutto uno scherzo. Sono in attesa di vedere uscire un omino intransitivo che mi dice “sei su scherzi a parte” e tutti che battono le mani, io che rido e piango di commozione mentre do dei simpatici schiaffetti ai complici dello scherzo.
Ma più mi guardo intorno e più mi rendo conto che non c’è nessun omino intransitivo con il cartello, nessuno batte le mani e io non rido, ma piango di rabbia mentre mi è più chiara la verità:
ho proprio lasciato il Dr House, venerdì.






