Whyland: la città dei perché

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (2)
24
May
2009

Perché mi è venuta l’Emetofobia? Perché a me e non ad un altro? Perché proprio l’Emetofobia e non una paura meno pidocchiosa? Perché si ha paura di vomitare?

Queste domande, nel corso degli anni, sono entrate – senza bussare – nella parte del cervello abusata dai ragionamenti, quella parte in cui tutto deve categoricamente trovare una spiegazione logica e commestibile.
Io l’ho chiamata Whyland.

A Whyland vanno a finire tutti i pensieri rampicanti le cui spine sono una sfilza di “perché”.

In questo caso, però, i “perché” sono le case in cui i pensieri dimorano, e si dividono in tre gruppi:
a) le casette finite
b) le casette ancora da completare
c) le casette distrutte da terremoti inaspettati (crescita, altri ragionamenti ecc ecc.)

Le casette del tipo A vengono assegnate alle questioni che hanno trovato un loro “perché assodato”, indiscutibile: è così e basta.
Es. Le borse della Benetton sono fantastiche perché sono fantastiche. Spiegazione più che logica.

Le casette del tipo B sono quelle occupate momentaneamente dalle questioni in attesa di un “perché”: il perché non lo so, ma prima o poi lo trovo.
Es. Devo comprare QUELLA borsa della Benetton perché…

Le casette del tipo C , invece, sono crollate sopra le teste delle questioni ritenute finite, ovvero quelle dell ‘ “ex perché assodato”.
Es. Ho comprato queste quattro borse della Benetton perché potrebbero servirmi per quando vincerò l’Oscar, il Pulitzer, Il David e  il Nobel per la migliore cliente della Benetton.EH.

I miei “perchè” sono sempre stati dei nomadi: più andavo avanti e più mi rendevo conto che alcuni evolvevano a “perchè” assodati, altri crollavano inesorabilmente.

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Dott. House Pikady division

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (3)
15
May
2009

“Qualcuno lo sa che hai questa fobia?”
“Lo vede questo?”
Annuisce.

“Ebbene, sono andata in giro con questo brufolo per tutta la mattina, tutti mi guardavano come se avessero intravisto Heidi che alzava la gonna davanti a Petar, a sud-ovest del pustolone…e mi creda, non c’è stata donna sana di mente che non abbia notato e schifato il mio viso. Nemmeno una vecchietta che aveva la pelle come uno sharpei è riuscita ad evitare la smorfia di repulsa. Quindi, se crede che far sapere che sono vomitofobica sia la cosa più imbarazzante che metto in giro, be, è evidente che ne avremo di cose divertenti da raccontarci”.

Ed è questo che avrei detto al Dott. House, se mi avesse chiesto ragguagli sul chi sa della mia emetofobia.

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Lettera aperta all’Emetofobia

Scritto da: Pikadilly | In: Emetofobia | commenti Commenti (0)
3
May
2009

Cara Emetofobia,
non ti stupire se introduco con “cara”, ci conosciamo da così tanto tempo che ho avuto la premura di non offendere i tuoi sottili sentimenti, anche perché, lo sappiamo, se t’incazzi tu poi mi tocca passare a me dalla cassa.

Se ti scrivo è per raccontarti la vita che avrei voluto e che grazie alla tua preziosa vicinanza non ho mai avuto, ma non credere che io per questo stia puntando il mio dito indice contro di te, no, io ti punto più che altro il medio, con simpatia, eh! ;)

Non c’è molto da dire sulla vita che poteva essere e che non è stata, potrei riassumere il tutto con un semplice aggettivetto che tu tanto aborri (sci?), “normale”.

Che vuol dire avere una vita normale?

Avere una vita normale vuol dire uscire con gli amici ; stare chini su un banco di scuola come penitenti sui ceci; avere un ragazzo, lasciarlo per un altro, laciare l’altro per il primo; andare in campeggio con le giovani marmotte per trovarsi poi fra i rovi a fare i ricci…; fare un viaggio e litigare con l’Alitalia perché ti ha perso la valigia con dentro tutti i più bei vestiti che ti eri portata dietro per la primissima fuga a Londra; mangiare al Mac rischiando l’ulcera perforante; lasciare gli altri vomitare in grazia di Dio; lavorare all’aria aperta, in mezzo alle persone, senza avere quella strana smania di infilarle in un forno crematorio perché loro riescono a mangiare fuori e tu no; vomitare dopo una sbronza preoccupandoti solo dei tappetini intonsi dell’auto o della camicetta di Benetton appena comprata e tragicamente marchiata di sostanze non identificabili più come cibo. Vomitare, già, vomitare, come è normale che sia quando si beve, quando si mangiano cozze riesumate dal frigo seguendo la legge del “è cibo, non si può buttare”, quando hai l’influenza intestinale e la tua camera muta di forma in una boccetta troppo cresciuta di Malagrotta Purfum.
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